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"La ragazza con l'orecchino di perla" a Bologna

Dopo l’estenuante attesa, dovuta soprattutto all’altissima importanza mediatica data all’evento, è finalmente approdata a Bologna la mostra La ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt. Capolavori dal Mauritshuis.


 

Prima di commentare la mostra, occorre fare una considerazione. Davanti a mostre organizzate da Linea d’Ombra, in primis dal curatore Marco Goldin,  gli storici dell’arte partono sempre prevenuti: per la maggior parte sono mostre massificate, reclamizzate in tutta Italia in maniera massiccia, visitate dall’italiano medio attirato dalla grande pubblicità; spesso la scientificità dei contenuti lascia a desiderare e i temi, negli anni, si sono spesso concentrati o sugli Impressionisti (che agli storici dell’arte sono sinceramente venuti a noia, ma che gli Italiani non si stancano mai di visitare) o da fantomatici percorsi “Da… a…”, che collegano due artisti, spesso ben distanti sia temporalmente che come cultura artistica.
Ora, nemmeno questa mostra bolognese, ospitata nella splendida cornice di Palazzo Fava, si esime né tantomeno dalla esorbitante pubblicità, né dall’ideale percorso che, come sottolinea il titolo, collega Vermeer a Rembrandt. Il catalogo della mostra non vale i soldi che costa, e il bookshop lascia alquanto a desiderare, ma, tutto sommato, per il resto si tratta di una bella mostra. Per più motivi: innanzitutto, lo accennavamo poco fa, la cornice del palazzo che la ospita, decorato a partire dal 1584 dai fratelli Carracci, famosissimi “rivali” artistici di Caravaggio, rende piacevolissimo alzare lo sguardo e osservare splendidi affreschi perfettamente illuminati.

 

In secondo luogo, la mostra è ben suddivisa in sei sezioni tematiche che esemplificano in maniera chiara ed esauriente la pittura olandese del Seicento. Poi, i trentasette quadri godono di un’ottima illuminazione, senza riflessi dovuti alla presenza del vetro di protezione, permettendo di cogliere tutti i particolari anche dei dipinti di più ridotte dimensioni. L’esposizione ha un ottimo sito internet, utile sia in preparazione della visita, che al rientro a casa per godere nuovamente i dipinti visti e approfondirne le tematiche. Infine, le guide, scelte da Linea d’ombra per accompagnare i visitatori durante la mostra, sono altamente preparate ed è veramente un piacere ascoltarle.

 

Ma vediamo più da vicino le varie sezioni di cui si compone la mostra e il perché dell’eccezionalità di questo grande evento.
Innanzitutto, la mostra nasce dall’arrivo a Bologna, come unica tappa italiana di un tour mondiale in Giappone e Stati Uniti, di alcuni quadri del Mauritshuis, che il museo olandese ha deciso di esibire all’estero durante i lavori di ristrutturazione cui è stato sottoposto durante gli ultimi anni.
La mostra si apre, dunque, ripercorrendo la storia di questo museo de L’Aia, che nel Seicento fu dimora di Johan Maurits, conte di Nassau-Siegen, e che solo nel 1822 divenne museo statale, ospitando opere dei maestri del Seicento e Settecento.

 

Il fil rouge che unisce i dipinti della seconda sezione ruota intorno a uno dei temi più noti della pittura olandese del Seicento, ovvero quello del paesaggio, rappresentato dai pittori in ogni suo aspetto, dai boschi con casolari ai prati da pascolo, dalle marine alle scene invernali e alle città.

 

Nella terza sezione della mostra si affronta il tema del ritratto: i pittori olandesi amano confrontarsi con questo genere pittorico, che permette loro di rappresentare persone di ogni classe sociale con realismo e varietà. La ritrattistica si diffonde con grande velocità, poiché il successo economico della Repubblica Olandese spinge mercanti e imprenditori che ricoprono cariche istituzionali a commissionare un proprio ritratto per eventi sociali importanti (quali matrimoni, nascite dei figli, ecc.), consapevoli del loro nuovo status sociale. Nonostante questa rilevanza e il fatto che vi si dedichino artisti del calibro di Vermeer o Rembrandt, la ritrattistica viene però sempre considerata un genere minore rispetto al paesaggio o ai temi che vedremo.

 

Un altro dei temi particolarmente cari ai pittori olandesi (e a tutti verranno in mente alcuni quadri di Vermeer) è quello degli interni con figure, che permettevano di rappresentare una grande varietà di soggetti e di luoghi, dall’osteria di campagna alle case dei nobili. Questa tipologia di dipinti piaceva moltissimo agli artisti poiché dava loro modo di dipingere immagini realistiche della vita quotidiana; ma esse non erano semplici  raffigurazioni di routine, bensì l’occasione per indurre l’osservatore a seguire una vita virtuosa, con chiaro intento moralizzante, dunque.

 

Forse la tematica per la quale gli artisti olandesi sono famosi nel mondo è quella della natura morta: inizialmente essa raffigurava solo fiori o cibo, specializzandosi poi in composizioni molto più libere quanto al soggetto (utensili da cucina, tavole imbandite, corredi per fumatori, pesci e volatili), dove non manca mai un riferimento alla fugacità della vita. E’ in questo campo della natura morta che l’interesse dei pittori per il chiaroscuro portò all’introduzione del fondo scuro nei dipinti, anche, e sicuramente, sulla scia della lezione caravaggesca, che gli olandesi impararono durante i viaggi di studi in Italia.

 

Infine, troneggia nell’ultima sala della mostra il piccolo ma efficacissimo quadro de La ragazza con l’orecchino di perla, un ritratto non realistico ma idealizzato di una fanciulla mai realmente esistita, ma solo immaginata da Vermeer, che la dipinse con un incarnato perfettamente reso grazie ai passaggi graduali del colore e un ovale perfetto del volto che altro non può rivelare che la natura immaginativa del soggetto. L’elemento più affascinante del quadro, che gli ha valso l’appellativo, è sicuramente la perla, di forma oblunga, dipinta con due soli tocchi di pennello, che richiama il bianco colletto della ragazza. Il dipinto entrò a far parte delle collezioni del Mauritshuis solo nel 1903, su lascito testamentario del collezionista Arnoldus des Tombes, che l’aveva acquistato per una cifra irrisoria ad un’asta nel 1881.

 

Una mostra, insomma, che nonostante tutti i dubbi del caso cui accennavamo prima, si rivela, contro ogni pronostico, un’interessante esposizione. Merita senza dubbio di esser vista, anche se, data l’altissima affluenza, consigliamo vivamente di recarcisi infrasettimanalmente o, meglio ancora, con visita guidata.
E una volta a Bologna, guai a chi non scopre il resto della città, che offre davvero moltissimo e per tutti i gusti!

 

Caterina Bellezza

 

per approfondimenti si vedano:

 

http://www.lineadombra.it/ragazza-con-orecchino/la-mostra

http://www.genusbononiae.it/index.php?pag=26

 

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(Tratto da Wikipedia)