Giacinto Gimignani

Formatosi come pittore e incisore presso la bottega del padre, intorno al 1630 (poco più che ventenne) lasciò la città natale per Roma, città nella quale – dopo un breve periodo di stretta adesione alla pittura di Pietro da Cortona – intraprese la via di un classicismo atteggiato e composto, in evidente sintonia con la pittura praticata a Roma dai colleghi francesi, soprattutto Nicolas Poussin. L’inserimento del giovane pittore nella città papale dovette giovarsi della presenza in città di due patrizi pistoiesi, molto introdotti nella corte di Urbano VIII Barberini: Francesco Bracciolini e soprattutto il giovane prelato Giulio Rospigliosi, letterato e collezionista di grande caratura, che diverrà poi papa col nome di Clemente IX (1667-69). La protezione accordata da Rospigliosi al Gemignani per quasi un trentennio, e al figlio di lui Ludovico, anch’egli pittore, sarà un supporto determinante per la carriera di entrambi. Nel 1652 l’artista si trasferì a Firenze, dove fu molto attivo per la corte medicea e soprattutto per la famiglia pistoiese dei Rospigliosi. Nel 1661 Gimignani fece ritorno a Roma, città nella quale concluse la sua lunga carriera. Grazie al favore dimostratogli nel tempo dal cardinale Giulio Rospigliosi, Gimignani ottenne molte prestigiose commissioni tra le quali quella – senz’altro la più impegnativa di tutta la sua carriera – di dipingere venticinque tele con storie sacre e mitologiche (1652-1654) e un Ratto delle Sabine (1654) per il palazzo Rospigliosi in Ripa del Sale a Pistoia, tele oggi divise tra il Museo Diocesano della città e la Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

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