Gianna Manzini

Nata a Pistoia da un’agiata famiglia della borghesia locale. La separazione dei genitori lasciò nell’animo sensibile della bambina un segno indelebile, che venne ancora più acuito dopo alcuni anni, quando nel suo animo s’instaurano sensi di colpa per non essere stata vicina al padre nel momento della sua morte, sopraggiunta in seguito alla sua partecipazione ad alcune cospirazioni al regime fascista instauratosi da poco, che lo portarono al confinamento a Cutigliano. Il padre morì nel 1925 in seguito ad una premeditata aggressione fascista. Dopo la separazione dei genitori, all’inizio dell’autunno del 1914 si spostò con la mamma a Firenze, dove completò gli studi. Si iscrisse poi all’Università di Firenze partecipando al vivace dibattito culturale nato tra la fine della prima guerra mondiale e l’insorgere del fascismo. Nel 1928 pubblica il suo primo romanzo, Tempo innamorato, accolto come una ventata di novità dalla critica; nel frattempo incomincia a collaborare alla rivista letterariaSolaria e in questo ambiente colto e attento alle nuove proposte conosce gli scrittori e giornalisti Alessandro Bonsanti, Giuseppe Prezzolini, Giuseppe De Robertis e il giovane Eugenio Montale. Con il successo e l’apertura verso la narrativa europea arriva la crisi coniugale: nel 1933 si separa definitivamente dal marito, lascia la tanto amata Firenze, dà un taglio al suo passato e insieme ad Enrico Falqui – critico letterario e scrittore anch’egli – si trasferisce a Roma. Nell’immediato dopoguerra, proprio con Falqui, fonda la rivista Prosa: l’avventura editoriale svolgerà un ruolo di primo piano nel dibattito spinoso sulla narrativa, ospitando gli scritti di autori del calibro di Virginia Wolf, Thomas Mann e Jean-Paul Sartre. Gli spettri dell’infanzia tornano nell’ultimo romanzo del 1971, Ritratto in piedi, con il quale vinse il Premio Campiello e che gli valse la seppure tardiva notorietà. Morì a Roma, sola, pochi mesi dopo la scomparsa del suo convivente e grande amore Enrico Falqui.

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