IL MUSEO MARINO MARINI

Il Museo Marino Marini di Pistoia è composto dal Centro di Documentazione (istituito nel 1979), che raccoglie una ricca biblioteca specializzata su Marino e l’arte contemporanea – nonché una fototeca e una videoteca che documentano la vita dell’artista – e dalla Fondazione nata dopo la morte di Marino nel 1983 per volontà della moglie Marina con lo scopo di assicurare la conservazione, tutela e valorizzazione del patrimonio dell’artista pistoiese.

Il Museo ha sede nell’antico convento di origini trecentesche appartenuto all’Ordine degli Antoniani e intitolato al padre dell’ordine stesso, S. Antonio Abate. Le opere di Marino Marini hanno quindi occupato questi ambienti: dal cortile che oggi ospita la biglietteria, all’Oratorio adiacente. Gli altri locali ai piani superiori sono stati tutti riadattati per l’occasione ma conservano comunque traccia della loro antica destinazione d’uso grazie alla presenza tutt’oggi in alcune stanze di lacerti delle originarie pitture murali.
Grazie alla donazione fatta in un primo momento da Marino e in seguito alla sua morte da Marina, il Museo vanta oggi una ricca collezione di sculture ma anche di disegni, incisioni e tele che oggi costituisce la collezione più importante a livello europeo per la conoscenza e l’approfondimento sull’operato dell’artista.

Gli spazi al secondo piano sono invece riservati alla gipsoteca, con tanti gessi raffiguranti ritratti e i temi più cari a Marino, che ne costituiscono peraltro anche i suoi “simboli”: le Pomone, i Cavalieri e i Cavalli.
Il Museo si distingue anche per le attività collaterali che, fino a poco tempo fa, animavano un calendario denso di appuntamenti tra laboratori, mostre ed eventi culturali volti alla cittadinanza.

MARINO MARINI: L’UOMO

MARINO MARINI
MARINO MARINI ALL’OPERA

Marini Marini nasce a Pistoia nel 1901 con sua sorella gemella, Egle (che diventerà anche lei pittrice e morirà nel 1983). I genitori – Guido Marini e Bianca Bonacchi – erano entrambi benestanti e la loro casa si trovava a fianco della chiesa di San Pier Maggiore, in Palazzo Baldinotti. I due figli crebbero quindi in un ambiente agiato e trascorrevano le estati sia nella villa di Collegigliato in zona Germinaia, sia al mare. Entrambi appassionati d’arte, i due fratelli nel 1917 si iscriveranno all’Accademia di Belle Arti di Firenze dove frequenteranno il corso di pittura di Galileo Chini e solo successivamente quello di scultura tenuto da Domenico Trentacoste.

MARINO MARINI
MARINO INSIEME ALLA SORELLA GEMELLA EGLE

L’interesse di Marino si concentrerà all’inizio sulla pittura e la grafica; solo più tardi si appassionerà alla scultura, nonostante sia questa poi la forma di arte che lo ha reso famoso a livello internazionale. Terminata l’Accademia nel 1923, Marino aprirà il suo primo studio in Via degli Artisti a Firenze, dove infatti soprattutto dipingerà. In seguito, nel 1929, si trasferirà a Milano chiamato dallo scultore Arturo Martini, che gli lascerà il suo posto sulla cattedra di scultura dell’ISIA di Monza.
Gli anni ’30 saranno molto importanti per Marino, che esporrà in diverse città anche europee (Berna, Basilea, Stoccolma) e a Milano, che nel 1932 ospiterà la sua prima grande mostra personale. In questo periodo Marino inizierà a ottenere i primi riconoscimenti pubblici, coronati dalla prestigiosa partecipazione alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, dove alla seconda edizione del 1935 vincerà il primo premio per la scultura.
Nel 1936 realizzerà il primo Cavaliere, un’opera molto importante che segnerà la sua futura produzione; la sua arte in quegli anni trae ispirazione dai tanti contatti presi con artisti delle avanguardie ma soprattutto dai numerosi viaggi in Francia, Grecia e Germania, dove a Bamberga resterà folgorato dal Monumento funebre di Enrico III (XIII secolo), che ispirerà fortemente il suo percorso creativo.

ENRICO III
IL MONUMENTO DI BAMBERGA

Nel marzo 1938 Marino conoscerà Mercedes Pedrazzini (classe 1913), di cui si innamorerà e che sposerà entro pochi mesi, a dicembre; da quel momento in poi non si lasceranno mai e la moglie – essendo una donna non solo incantevole ma anche forte e intelligente – diventerà per Marino la sua fedele compagna di vita e confidente, partecipando attivamente alle discussioni cui erano soliti i componenti della cerchia di amici illustri di Marino. Per questa loro grande sintonia, Mercedes verrà chiamata significativamente Marina dal marito; nome che manterrà affettuosamente fino alla morte.

MARINO MARINI
MARINO E LA MOGLIE MERCEDES

Nel 1943 fuggiranno insieme dall’Italia in guerra rifugiandosi a Tenero, in Svizzera, vicino a Locarno, terra di origine di lei, dopo che un bombardamento aveva distrutto lo studio di Marino a Milano.
Gli anni svizzeri saranno molto importanti per Marino: grazie anche alla cerchia di nobili conoscenze della moglie, conoscerà e frequenterà alcuni grandi maestri, che contribuiranno a definire la sua ricerca artistica.
In questo periodo felice allo stesso tempo, però, l’angoscia della guerra lo porterà ad elaborare la serie dei Miracoli, naturale evoluzione del tema del Cavaliere.

Nel 1948 incontrerà Curt Valentin, un mercante d’arte americano che lo inviterà negli Stati Uniti organizzando una mostra a lui dedicata a New York; questa mostra contribuirà a fare apprezzare l’opera di Marino anche oltreoceano. Conoscerà anche Peggy Guggenheim, che acquisterà la scultura equestre Angelo della città, tutt’oggi esposto in quello che oggi è diventato il Museo Guggenheim su Canal Grande a Venezia.

MARINO MARINI
PEGGY GUGGENHEIM CON LA SCULTURA DI MARINO MARINI, NEL LUOGO IN CUI ANCORA OGGI SI TROVA
MARINO MARINI
L’ANGELO DELLA CITTA’, MUSEO GUGGENHEIM DI VENEZIA

Il consenso per l’arte di Marino Marini diventerà allora internazionale e mostre, riconoscimenti, onorificenze si susseguiranno senza sosta allargando il suo bacino di conoscenze che arriverà a comprendere personaggi del calibro di Stravinskij, Mies Van der Rohe e Marc Chagall.

Nel 1956 Marino inizierà la serie dei Guerrieri e, nel 1962 i Gridi, sculture al limite dell’astrazione, epilogo espressivo della sua arte e che – come lo stesso Marino diceva – non sono opere eroiche ma “tragiche”.

Marino morirà a Forte dei Marmi nella sua villa La Germinaia – così chiamata in ricordo della sua casa d’infanzia – il 6 agosto 1980; Marina continuerà a dedicare ogni sua energia in suo ricordo, con il desiderio che la sua arte non venisse dimenticata. Per fare questo organizzerà mostre a giro per il mondo e istituirà la Fondazione in suo nome. Marina vivrà stabilmente a Pistoia dai primi anni del Duemila e nel 2001 riceverà la cittadinanza onoraria. Morirà nel 2008 e – per sua espressa volontà – verrà sepolta accanto al marito.

MARINO MARINI: L’ARTISTA

IL COLORATO TEATRO DI MARINO MARINI

Nell’arte di Marino ricorrono alcuni temi che rappresenteranno in seguito i suoi segni di riconoscimento, come sono i Cavalieri e i Cavalli. Ma questi soggetti non restano immutati nel tempo, sono “vivi” e vivono nella storia a loro contemporanea di cui, come Marino stesso, ne subiscono la sua influenza. Come lo stesso Marino diceva:

 “lo stile muta, mutando il sentimento di fronte agli avvenimenti. Certamente l’artista è come il camaleonte, percepisce, e aspira e succhia come una spugna dal paese dove vive”

MARINO MARINI
CAVALIERE, 1948

Le sale del Museo ripercorrono la carriera artistica di Marino e ne ripropone quelli che erano i temi salienti della sua poetica, a partire da quelle che sono le tematiche meno conosciute dell’artista come per esempio l’amore per il teatro. Nelle prime sale, infatti, sono esposti quadri e sculture che hanno per soggetto giocolieri e ballerine coloratissimi.
In Marino l’attrazione per il teatro fu sempre molto viva, ma si confrontò con esso solo in epoca tarda – nel 1972 – quando disegnò le scenografie per la messa in scena a La Scala di Milano del balletto Sacre du Primtemps di Igor Stravinskij. Nonostante la reticenza nel confrontarsi in modo diretto con il teatro, le suggestioni tratte da quel mondo furono molte e precoci, risalenti agli anni ’50 e ’60 del Novecento.

In queste composizioni, come in Giochi nello spazio del 1966, più figure si sfidano in giochi di equilibrio in cui il colore sfolgorante, la luce e la resa del movimento offrono spunti all’artista per dare sfogo alla propria creatività con pennellate di colori brillanti che tracciano sagome stilizzate dando luogo a spettacoli vibranti e in continuo divenire. Contribuisce a questo effetto complessivo l’uso inedito del colore appena accennato, che rende gli insiemi più espressionistici. Per Marino – uomo “mediterraneo” influenzato dalla luce e dal mare come tutti i suoi conterranei – la pittura è infatti fatta di colore, che struttura le forme, dà emozione e offre spunti. Proprio come lui stesso diceva

“Ho sempre sentito il bisogno della suggestione sensoriale del colore, per dare inizio a una forma: è il colore che mi dà la spinta e il sentimento per fare qualcosa di creativo. Così comincio con il colore e dopo il colore vedo una linea e vedo una forma”

MARINO MARINI
GIOCHI NELLO SPAZIO, 1966

LA FIGURA FEMMINILE PER MARINO MARINI, UOMO “ETRUSCO”

Non poteva poi certo mancare nelle sale del Museo uno dei tempi principe della produzione di Marino: la figura della Pomona, assunta da Marino a suo simbolo anche per il legame di questa figura votiva con il popolo etrusco.
Come quasi tutti i principali scultori italiani a lui coevi anche Marino infatti guardò all’arte etrusca, riscoperta negli anni ’20 del Novecento a seguito di una serie di importanti ritrovamenti archeologici e dell’intensificarsi degli studi sulla materia. Traendo ispirazione da questa arte così remota, Marino sperimenterà nella sua scultura il primitivismo delle forme, permettendosi in questo modo di esprimere il suo amore per la realtà, intesa da lui nel senso più stretto del termine, ovvero come amore per le cose semplici, ancestrali, legate indissolubilmente alla terra. Marino stesso, diceva:

“Io non sono ispirato! Io sono etrusco! Lo stesso sangue riempie le mie vene. Come sai, una cultura può rimanere in letargo, dormire per generazioni e all’improvviso risvegliarsi a nuova vita. In Martini a in me rinasce l’arte etrusca, noi continuiamo da dove loro si sono fermati”

MARINO MARINI
POMONA, 1950

Diversamente da altre tematiche mariniane, le Pomone resteranno sempre uguali durante tutto il percorso artistico di Marino; questo perché Pomona era la dea della fertilità (il suo nome deriva dal latino pomum = frutto, ed era colei che curava i frutti della Terra e seguiva i cicli della Natura, grazie alla quale la Natura germoglia e prospera) e per Marino assurge a simbolo di un mondo in armonia con la Natura ormai andato perduto con la modernità.
Le Pomone di Marino sono quindi personaggi positivi, che evocano la rinascita e rappresentano Madre Natura e la sua essenza. Per Marino, inoltre, incarnano il senso gioioso e positivo della vita, che andrà perdendosi dopo la guerra quando la figura dell’uomo si rivelerà nella sua angoscia e nel suo tormento, segnata da una infelice e disincantata consapevolezza, come lo stesso Marino raccontava attraverso le sue parole:

“vivono di un mondo solare, di un’umanità piena, di un’abbondanza e di una grande sensualità. Rappresentano una stagione felice che si rompe col tempo tragico della guerra”

MARINO MARINI
POMONA, 1941

LA TRAGEDIA DELLA GUERRA SECONDO MARINO MARINI: STORIE DI CAVALLI E DI MIRACOLI

Diversamente dal tema delle Pomone, che resterà sempre uguale a sé stesso, l’altro soggetto preponderante nella produzione di Marino, il cavallo, tenderà a trasformarsi nel tempo sotto l’influenza della storia.

La figura del cavallo e in seguito del cavaliere sono l’emblema dell’arte di Marino, che amò profondamente questo animale (tante sono le immagini che lo ritraggono in sua compagnia) e attraverso il quale si può evincere il suo percorso artistico così fondato sull’antico nonché tutta la figura umana del maestro, perché attraverso i suoi cavalli lui racconta la realtà che ha vissuto in maniera profonda e lacerante:

“C’è tutta la storia dell’umanità e della natura nella figura del cavallo e del cavaliere in ogni epoca”

Parole molto significative, e niente più di questo ci aiuta a capire il profondo valore che Marino dà a questo soggetto; un valore che nemmeno lui sa spiegare, che ha scelto proprio questo soggetto per raccontare la storia e per dare forma alla passione umana. Si tratta di un soggetto che inizierà a sviluppare negli anni ’30 e che in seguito – con l’avvento della guerra – diventerà il simbolo della sofferenza umana e del pessimismo per la sorte dell’uomo e del mondo.

MARINO MARINI
LA SALA DEL MUSEO IN CUI SONO ESPOSTI I CAVALIERI E LE OPERE DELL’ULTIMO PERIODO DI MARINO

Le prime opere sul tema presentano cavalli classicheggianti e tranquilli dalle superfici lisce e ben definite, dalle forme molto naturalistiche e ben riconoscibili; ma man mano che il tempo passa il tema verrà elaborato dal maestro, che inizierà a dare vita a forme non più lineari, via via sempre più astratte e lontane dalla realtà, corrispettivo di una tranquillità e armonia perdute per sempre. Nonostante ciò Marino affronterà il tema sempre con la stessa cura e mai soddisfatto giocherà con queste forme per dare sfogo al proprio sentire: le forme tra le sue mani si faranno sempre più rigide, dilaniate e spezzate con il mutare degli stati d’animo, delle emozioni e della realtà fino ad allontanarsi totalmente dal vero per diventare delle visioni astratte che troveranno concretezza nei Gridi e nei Guerrieri che altro non sono che la conclusione di una storia narrata dal loro autore per tutta la vita, opere-testimoni della distruzione di ogni futuro, del dolore; espressioniste perché come diceva Marino è il mondo stesso che è diventato espressionista, e rimane la tragedia che lui continua a raccontare.

MARINO MARINI
IL MIRACOLO, cortile di Palazzo Comunale, 1954

Questi soggetti sono lo specchio della personalità di Marino, che per quanto deluso e disincantato appare comunque “possibilista”. Con i suoi Miracoli, infatti, il cavaliere è vero che non è più capace di padroneggiare il suo destriero imbizzarrito, ma non cade: assume le sembianze di un buffo equilibrista, intento nel mantenere il controllo che sta irrimediabilmente per perdere e in questo suo atteggiamento al limite sembra prefigurare però anche la possibilità di un recupero, di una ripresa. Una metafora della vita, che sembra riservare un risvolto positivo e che metaforicamente rappresenta una rinascita e un riscatto dell’uomo, che nonostante le difficoltà riuscirà sempre a riprendersi. Simbolo senza tempo di speranza per l’umanità.

Clara Begliomini

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