Il Santuario di Santa Maria della Fontenuova a Monsummano

Monsummano nell’immaginario collettivo è forse ricordata per la sua manifattura calzaturiera, un tempo più di oggi fonte di ricchezza per questa terra, ma – in realtà – c’è anche altro di importante oltre a questo, che alla stessa maniera ha definito negli anni la fisionomia di questa cittadina della Valdinievole, sotto i più vari aspetti. Se infatti l’attività dei numerosi calzaturifici ha delineato il profilo socio-economico di Monsummano, ci sono altre cose che hanno invece contribuito al formarsi della sua fisionomia per quanto riguarda il suo aspetto storico-artistico. Stiamo parlando del Santuario di Santa Maria della Fontenuova, monumento esemplare dell’architettura (e anche della pittura) seicentesca, segno distintivo della cittadina e simbolo della tradizione popolare e religiosa del tempo.

 

 

Posto al centro dell’attuale Piazza Giusti, il santuario infatti venne eretto in seguito ad una serie di eventi miracolosi:sembra infatti che proprio nel luogo in cui sorge – in origine zona paludosa con pochi boschi e prati sfruttati soltanto dai pastori per le loro greggi – precisamente nel giugno del 1573, sia apparsa la Madonna impietosita dal pianto di una giovane pastorella che aveva perso il suo gregge. Vedendo la sua disperazione, si narra che la Madonna aiutò la pastorella a ritrovarlo, ordinandole poi di recarsi dal Rettore della chiesa del Castello per suggerirgli di costruire una chiesa proprio lì, nel luogo in cui Lei era apparsa. Fu allora che venne deciso di erigere un Tabernacolo intitolato alla Madonna del Piano, che dette avvio a un movimento devozionale che andrà con il tempo sempre più accrescendosi, richiamando molti pellegrini sul luogo dell’accaduto. Un’altra apparizione della Madonna del Piano avvenuta in seguito fu poi decisiva per l’erezione del Santuario giunto fino ai giorni nostri; questa avvenne nel giugno del 1602 e poi un mese dopo – durante la celebrazione della santa Messa – sgorgò alle spalle dei fedeli una fonte nuova: evento tanto atteso dai cittadini, che stavano attraversando un lungo periodo di forte siccità e che, proprio per questo, vollero attribuire l’accaduto all’intercessione della stessa Madonna del Piano, da tutti a lungo invocata con accorate preghiere.

 

Da quel momento la Madonna venne chiamata Madonna della Fontenuova e a lei venne intitolato l’erigendo santuario, ai lavori del quale dette un decisivo impulso il granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici, che si occupò di appaltare il progetto per la chiesa.
La sua costruzione venne affidata agli architetti granducali Gherardo Mechini e Domenico Marcacci, che la realizzarono tra il 1602 e il 1605 secondo forme tardomanieristiche; l’edificio è cinto su tre lati da un ampio portico con armoniose arcate sorrette da colonne ioniche, che serviva ad accogliere i numerosi pellegrini.

 

Particolarità di questo portico sono le lunette, interamente affrescate – intorno al 1630 – da Giovanni Mannozzi (meglio conosciuto come Giovanni da San Giovanni): vera chicca del complesso, esempio importantissimo della pittura granducale di quel periodo, le quattordici lunette illustrano diversi Miracoli della Madonna della Fontenuova e colpiscono per la loro immediatezza narrativa e la loro fedeltà che impronta i paesaggi di contorno, caratteri distintivi questi della pittura del noto artista fiorentino qui messi al servizio dell’esaltazione del Santuario e volti a rappresentare per immagini l’apoteosi della Madonna della Fontenuova.

Interessante anche il portale d’ingresso al santuario, sovrastato da una lunetta affrescata dal pittore Ventura Salimbeni con La Fede e la Speranza; sul timpano invece si trova il busto della granduchessa Cristina di Lorena, sposa di Ferdinando I, qui posta a simboleggiare la terza virtù teologale, la carità, con una chiara intenzione celebrativa e programmatica.

 

Una volta entrati, troviamo un ambiente a navata unica coperto con un ricco soffitto cassettonato intagliato e dorato che contiene tre tele: un’ Assunta e un’ Annunciazione di Matteo Rosselli e Gregorio Pagani, insieme all’ Incoronazione della Vergine di Donato Mascagni, opere tutte databili all’inizio del Seicento.

 

In controfacciata si trova l’organo seicentesco donato da Cristina di Lorena – come ricorda l’iscrizione sull’architrave – restaurato alla metà dell’Ottocento dalla famiglia Tronci, noti organari pistoiesi. Percorrendo la navata gli altari laterali sono impreziositi da belle tele attribuibili ad artisti del seicento fiorentino, che vanno ad arricchire il patrimonio già ricco del santuario.

 

Importante e degno di nota è l’altare maggiore, chiuso da due massicce colonne corinzie in marmo nero che riportano lo stemma mediceo in marmo policromo intarsiato, poste a sorreggere un timpano spezzato sormontato da due angeli a tutto tondo che reggono una corona; la pala d’altare – molto particolare nel suo genere – è suddivisa in formelle che contengono ex-voto in argento collocabili tra la fine del Cinquecento e la prima metà del secolo successivo. Importante per le sue origini è la Vergine col Bambino che si trova nella formella centrale: si tratta di un affresco staccato che sembra appartenesse all’antico tabernacolo costruito in seguito alla prima apparizione della Madonna anche se in realtà – secondo alcuni studiosi – potrebbe risalire a molto tempo prima, ovvero alla metà del Trecento.

 

Prima di terminare la visita, vale la pena affacciarsi anche nella cripta, alla quale si accede da delle scale poste sotto al porticato; qui è curioso vedere la fonte originaria che sgorga ancora copiosa, alla quale tutt’oggi i monsummanesi usano rifornirsi attraverso apposite fontanelle.
E’ chiaro quindi come il santuario di Santa Maria della Fontenuova rappresenti una parte importante del patrimonio storico-artistico e culturale non solo di Monsummano ma di tutto il nostro territorio, oltre al fatto non trascurabile che, ancora oggi, testimonia attraverso la sua storia e le immagini che lo adornano il fervido clima devozionale del quale, nel Seicento e negli anni a seguire, rappresentò il cuore pulsante.

 

Clara Begliomini

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