L’inviata romana – Palazzo Corsini

Da Firenze a Roma e ritorno. Questo non è solo il percorso di chi, provenendo dalle nostre zone, decide di passare qualche giorno nella bellezza contraddittoria ma indubbia della Capitale. È anche il percorso che una famiglia fiorentina, la famiglia Corsini appunto, svolse nel corso della sua lunga storia: sviluppatasi a Firenze nel Trecento, questa nobile stirpe si trovò infatti a spostare le sue attenzioni su Roma nel Settecento per poi tornare, il secolo successivo, a interessarsi di nuovo alla terra patria.

Per quanto sottoposta alla potenza dei Medici, la famiglia Corsini era dotata anch’essa di numerose sostanze, un netto talento commerciale e un forte impulso mecenatico, ed è degna di memoria per almeno un paio di motivi, solo in apparenza distanti: il grande numero di vescovi, cardinali e addirittura un santo, che annovera nelle sue generazioni, e l’incredibile capacità di fare investimenti immobiliari, che portarono la famiglia ad acquistare innumerevoli beni a Firenze e a Roma.
Proprio come espressione di queste spiccate “doti” familiari, a Roma troviamo quindi Palazzo Corsini, collocato nel fascinoso quartiere di Trastevere, precisamente in Via della Lungara, e sede oggi della Galleria Nazionale d’Arte Antica.

Questo è il piccolo tesoro che abbiamo esplorato per voi, stavolta. Seguiteci. 

 

Palazzo Corsini: dalle origini al Regno d’Italia 

Proprio per festeggiare l’elezione al soglio pontificio di Lorenzo Corsini col nome di Clemente XII, nel 1730 suo nipote Neri decise di acquistare e far notevolmente ampliare il palazzo cinquecentesco già presente in Via della Lungara e proprietà, al tempo, della famiglia Riario.
Anche l’architetto che sovrintese gli imponenti lavori di ristrutturazione e ampliamento era fiorentino, tal Ferdinando Fuga: fu lui a sviluppare la facciata orizzontalmente, a creare una seconda ala della struttura, speculare a quella cinquecentesca e ad essa collegata con porticati terrazzati e, infine, a riorganizzare l’assetto dei giardini retrostanti, arricchiti di fontane e scale, all’interno di un preciso impianto prospettico. Basta pensare che per sviluppare questo progetto si basò sul modello della reggia francese di Versailles!

Palazzo Corsini era diventato sotto le sue mani una struttura enorme e complessa, adatta per ospitare, al di là degli appartamenti privati, il grande patrimonio di libri della Biblioteca Corsiniana e l’enorme e vario universo di dipinti, bronzi e marmi della collezione accumulata dalla famiglia e proveniente da fondi fiorentini e romani insieme. Fondi che non erano destinati a rimanere appannaggio di pochi, visibili ai soli occhi nobili dei discendenti Corsini: nel 1883 infatti, l’intera proprietà del Palazzo venne venduta dal principe Tommaso al giovane Regno d’Italia, insieme al suo tesoro di libri e opere d’arte, con la specifica clausola che venisse reso pubblico l’intero suo patrimonio. Mentre lo Stato Italiano, così, aveva comprato l’edificio per farne la sede degli uffici della prestigiosa Accademia dei Lincei, quella che era la Biblioteca Corsiniana ne divenne la Biblioteca, l’antico giardino diventò la sede dell’Orto Botanico di Roma e la Collezione Corsini stessa, unica quadreria settecentesca romana giunta intatta fino a noi, costituì il nucleo principale della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma.

 

Che potesse avvenire questa effettiva esplosione di bellezza e condivisione di arte e scienza si capisce anche indagando il genere di persona che era Tommaso Corsini: deputato del Regno, senatore a vita e sindaco di Firenze, nella sua vita fece di tutto. Si occupò di assicurazioni, società elettriche e degli albori della ferrovia, ma la sua vera passione rimase l’archeologia e l’attenzione per la promozione dell’arte e della cultura, dote che sembrava possedere chiunque arrivasse in quel Palazzo. Ben prima di lui, infatti, due secoli almeno, un altro personaggio colto e stravagante, coraggioso e originale, aveva abitato fra quelle stesse mura promuovendo arte e cultura. Parliamo di una donna, una quasi regina e un’intellettuale ribelle: Cristina di Svezia.

Cristina di Svezia e la sua alcova: una regina a Palazzo Corsini 

Accenneremo in seguito al patrimonio di opere splendide, note o ignote, disseminate nelle varie stanze della Galleria Nazionale d’Arte Antica, allestita al piano nobile del Palazzo Corsini. Ma è impossibile negare che la parte più affascinante di tutto il percorso è una sala precisa, non esattamente sobria ma talmente stravagante da non lasciarsi staccare gli occhi di dosso: la Camera dell’Alcova.

Che ad attrarre siano le colonne dorate smaccatamente finte, le grottesche che ricoprono ogni centimetro del soffitto, la forma della sala, insieme sontuosa e accogliente, o la storia che scopriamo nascosta là dentro, non sappiamo. Sicuramente entrare in quest’ambiente, specie dopo aver attraversato una serie di stanze ricoperte di opere, ma con una certa geometricità e un aspetto da ordinate aule di museo, colpisce. Colpisce ancor più di quanto non rendano le stesse fotografie. A mezza strada fra un’ostentazione volgare che si avvicina al kitsch dei luna park e un’aura di passato sacro che ne ricorda la sua origine cinquecentesca, è difficile a un primo impatto collocare nel tempo una stanza del genere; è come decidere se crederle o no.

 

Un altro particolare che subito si nota, seppur nell’angolo, è una targa che recita: “Sono nata libera, vissi libera e morirò liberata”. Queste parole furono pronunciate da Cristina di Svezia: scopriamo ben presto che proprio lei abitò in questa parte del palazzo dal 1659 alla morte, avvenuta qui nel 1689. A quel tempo il palazzo era ancora proprietà dei Riario, che concedevano la loro struttura, più piccola e meno sontuosa, in locazione a nobili e ambasciatori. Fino a quando, richiesto da Cristina di Svezia, venne a lei concesso in maniera esclusiva: il Palazzo divenne il suo appartamento e quella dove ci troviamo, nello specifico, fu la sua camera da letto.
Basta indagare
 un minimo nella vita di questa strana regina del Seicento per accorgersi poi di quanto questa stanza la rispecchi; di quanto, anche nell’incontro con lei, non si capisca se Cristina era solo una spregiudicata e colta donna di potere o una raffinata promotrice delle arti e del ruolo di una nuova donna, libera e intraprendente.
Probabilmente entrambe. In ogni caso, è impossibile non rimanere affascinati dalla sua figura.

 

Salita al trono a dieci anni appena, promuovendo la pace di Westfalia Cristina di Svezia era riuscita ad annettere al suo regno vasti territori, mostrando subito una forte passione politica. Nel tempo, però, aveva finito per lasciare da parte la cura del governo per approfondire lo studio della filosofia tramite insegnanti di prim’ordine, fatti arrivare alla sua corte, come Grozio o Cartesio.
Dotata di una cultura letteraria e scientifica assai ampia, capace di un pensiero autonomo e di scelte chiare e controcorrente, nel 1654 Cristina decise quindi di abbandonare insieme il trono, abdicando a favore del cugino, e la religione di stato, lasciando il protestantesimo per aderire alla religione cattolica. Venne poi a stabilirsi a Roma, dove fu accolta con molto fervore dalle gerarchie ecclesiastiche, per le quali era un insperato e fulgido esempio del potere della Controriforma. Proprio la curia vaticana, come forma di ringraziamento, cercò di aiutarla (invano) ad ottenere il dominio del Regno di Napoli.
Stanca degli intrighi politici, negli anni Cristina si dedicò però sempre più all’altra sua grande passione: l’arte, creando intorno a sé un vero circolo di artisti, poeti e compositori, che contribuirono ad arricchire il patrimonio del Palazzo e furono anche i fondatori, alla sua morte, dell’Arcadia. Eccentrica e decisa a non legarsi sentimentalmente a nessun marito, lontana dal trono ma attaccata al titolo formale di regina, pronta a fare l’attrice negli spettacoli di corte come incurante delle voci maliziose che giravano nei suoi confronti, Cristina di Svezia fu senza dubbio una donna non allineata con i suoi tempi, autonoma e vitale, capace di raccontare ancora oggi, tramite la sua eredità culturale e le sue stesse stanze, la storia appariscente e unica di una donna libera.

 La Galleria Nazionale d’Arte Antica: ospiti d’onore  

La Galleria Nazionale d’Arte Antica non è solo la Camera dell’Alcova: prima di arrivare ad essa, e dopo che l’abbiamo (con grande dispiacere!) dovuta abbandonare, molto altro ha attirato infatti il nostro sguardo, sorprendendoci e confermandoci nell’idea che in Italia, e a Roma specialmente, non ci si può mai distrarre un attimo senza imbatterci in uno sprazzo di bellezza.

Due sono, in particolar modo, gli ospiti d’onore che ci siamo trovati davanti all’improvviso: nella prima sala in cui siamo arrivati, la Camera Verde, abbiamo trovato infatti un ragazzo sui diciassette anni che, con i vestiti di oggi, avremmo potuto tranquillamente incontrare per strada. Peccato che fosse invece in un dipinto e fosse il “San Giovanni Battista” di Caravaggio.
Per quanto l’attribuzione sia stata per molto incerta, oggi la sua mano è sicura, come la maestria del gioco drammatico di ombre e luci che lo caratterizza e quella volontà di stupire, quel desiderio di originalità, già incontrato più volte in questo nostro viaggio, che appare netto nella realizzazione di un’iconografia del santo
poco convenzionale ma assai credibile. Un’opera che stupisce per la freschezza e la potenza che ancora oggi manifesta, espressa nei tratti esili e quasi intimiditi di un ragazzo comune.

 

L’altro ospite d’onore era indicato dalla cartina nell’ultima galleria, denominata Galleria del Cardinale, dove siamo rimasti parecchio tempo a cercare di identificare lui, Andrea del Sarto, e la sua “Madonna col bambino”. Dopo tanti sforzi l’abbiamo infine rintracciata, anche se, per le dimensioni ridotte dell’opera e per i tratti da dipinto giovanile, a nostro misero giudizio ha perso il confronto con altri più bei colleghi “di parete”. Dobbiamo quindi ammettere di essere stati attratti di più dalla “Madonna della paglia” di Antoon van Dick o dalla “Sacra Famiglia con San Giovannino” di Fra Bartolomeo, altre opere fra le più celebri della galleria, che dal celebre toscano. Questo in parte consola, poiché dimostra che i grandi artisti, anche visti con gli occhi di chi non è fine esperto d’arte, possono contenere davvero una forza ulteriore, una scintilla di bellezza superiore che permette di distinguerli dalla massa.

  

A questo punto, la visita alla Galleria Nazionale d’Arte Antica, appena cominciata, è già finita: il percorso si è rivelato infatti più breve del previsto. Forse perché le sale, con i loro colori e lo scintillio di opere variegate e attraenti, si sono susseguite di porta in porta, spingendoci a scoprirne sempre di nuove, ancora e ancora, senza pensare. Forse, pure, perché solo una parte del piano nobile della parte meridionale del grande edificio le è dedicata e, nonostante il grande numero di opere esposte, presto purtroppo finisce.

Non è tutto qui il Palazzo, chiaramente adesso ce ne rendiamo conto.
Il resto però è forse ancora più vivo e frequentato: in quanto sede attuale dell’Accademia dei Lincei, infatti, Palazzo Corsini mantiene tuttora la sua missione di promozione culturale (in questo caso scientifica), che pare non riuscire, per fortuna, ad abbandonare.
Chiuso fra i magnifici giardini strutturati e composti della parte anteriore e un retro rivolto al complesso della Farnesina, sede di rappresentanza dell’Accademia, Palazzo Corsini protegge ancora oggi se stesso e una insospettabile parte di cultura italiana. Oltre ai soliti giri della Capitale, vi raccomandiamo quindi una visita a questa ennesima perla romana; questo Palazzo Corsini che non è solo a Firenze, ma da Firenze è venuto.

 

 

Martina Colligiani

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