L’inviata romana – Villa Giulia

Prendete uno degli esempi più raffinati di Villa Rinascimentale a Roma, circondatela di accoglienti giardini, collocate al suo interno il più importante Museo Etrusco d’Italia…et voilà!
Avrete ottenuto Villa Giulia, ennesima perla romana meta del nostro prossimo viaggio.

La storia di questa Villa è piena di peripezie, in un’alternanza di momenti di splendore e terribili abbandoni. Villa Giulia prende il nome da Papa Giulio III, che la fece costruire sulla via Flaminia fra il 1551 e il 1553 per farne la sua villa di campagna. Era in origine composta da tre “Vigne”, ovvero tre ville collegate fra loro, ed era posta nelle vicinanza del Tevere, permettendo così al Pontefice e ai suoi invitati di salire in barca all’uscita del Vaticano e arrivare facilmente via fiume alla villa, dove potevano riposarsi e avere ristoro dalla calura.
Fu proprio il Papa, più umanista che teologo, a tracciare l’originario disegno di Villa Giulia ma, come racconta il Vasari, fu poi Michelangelo a correggerlo e l’Ammannati e il Vignola ad ampliarlo: grandi nomi che hanno lasciato le loro tracce in tutto il complesso.
Entrando, bisogna ammettere che lo sguardo è attratto 
però dall’opera di un artista assai più sconosciuto: Pietro Venale da Imola, i cui affreschi nel portico a emiciclo sono tutt’oggi un vero spettacolo.

 

Come nelle ville di derivazione romana, anche Villa Giulia è inseparabile dai suoi giardini (uno dei quali ospita la ricostruzione e i resti del tempio etrusco di Alatri), che si susseguono fin dall’ingresso, dispiegandosi in modo armonico e architettonicamente costruito. Ricordandoci anche, con le numerose fontane, l’essenzialità dell’acqua per la costruzione e la vita nella villa, che poteva beneficiare addirittura di una derivazione dell’antico Acquedotto Vergine di Roma (lo stesso che alimenta la Fontana di Trevi e le altre principali fontane del centro) per essa esclusivamente costruita.

 

Proprio a Villa Giulia possiamo vedere il primo “teatro d’acque” di Roma, fontana bassa e suggestiva in cui l’Acquedotto Vergine si manifesta al massimo splendore. Il cortile principale è infatti chiuso sul fondo da una magnifica Loggia, opera dell’Ammannati (del quale troviamo anche la firma su una colonna) che si affaccia poi su quello che è il vero cuore della Villa: il Ninfeo. Progettato e scolpito dal Vasari e dall’Ammannati stesso, vi si accede scendendo due scenografiche rampe curvilinee, che terminano nello spazio sottostante con due fontane, adesso chiuse, raffiguranti il Tevere e l’Arno. Riconoscibili per i simboli della lupa e il leone, i due fiumi delineano i confini dell’Etruria, quasi a prevedere, con secoli di anticipo, quella che sarà l’ultima destinazione della villa.
Al centro, al livello più basso, ci accoglie infine il Ninfeo vero e proprio, un luogo fra il fiabesco e il misterioso: fresco come le acque Vergini che scorrono fra le ninfee, suadente come le forme delle cariatidi che sorreggono il balconcino e antico come l’eco che il pavimento romano a mosaico ci rimanda da tempi lontani. È in questo luogo ricco di storia e di rimandi che, non a caso, dal 1953 si svolge la serata conclusiva del “Premio Strega”, ospitata qui proprio pochi giorni fa.

 

 

Stupisce pensare quante vicissitudini abbia vissuto un luogo così elegante e così sontuoso: già alla morte di Papa Giulio III, infatti, nel 1555, iniziò il decadimento e la spoliazione della villa. Morto poco dopo anche il fratello ed erede del Papa, fu il nuovo Pontefice, Pio IV, a rivendicare il possesso della villa alla Santa Sede, destinandola in parte ad ospitare i suoi nipoti, in parte ad accogliere sovrani e alte personalità. Lasciata decadere sempre più nel corso del tempo, Villa Giulia subì il trasferimento in Vaticano di molte sue opere e il crollo di una delle Vigne che costituivano inizialmente il suo complesso. Nell’Ottocento divenne poi una clinica veterinaria, un lazzeretto e una caserma: a quel tempo il Ninfeo venne perfino trasformato in un semplice abbeveratoio per cavalli. Per fortuna nel 1889 ebbe inizio il suo riscatto: in quell’anno la villa, restaurata progressivamente, divenne infatti la sede dell’allora “Museo d’arte etrusca e di antichità preromane”, oggi “Museo Nazionale di Villa Giulia”, il più importante d’Italia nel suo settore, che raccoglie reperti provenienti dalle principali città etrusche (Cerveteri, Veio, Vulci) e da alcuni centri dell’Italia preromana come il territorio dei Falisci e dei Capenati. Il Museo si estende dal seminterrato fino al secondo piano della grande villa e merita sicuramente la nostra attenzione, se non altro per alcuni capolavori che qui sono custoditi e per il fascino che un popolo come quello degli Etruschi continua ad operare su di noi.


Gli Etruschi infatti, che siano da identificare con uno dei misteriosi popoli emigrati dall’Asia minore ai tempi della guerra di Troia o con genti venute dall’Europa centrale oppure con un popolo autoctono dell’Italia antica, esercitano ancora un grande fascino su di noi per la penombra delle loro origini e per l’importanza che invece le loro influenze ebbero in seguito sulla potenza di Roma. Al di là delle loro origini, è fra la Toscana e il Lazio che la civiltà etrusca trovò terreno fertile per manifestarsi, estendendosi poi fino in Campania a sud e in Romagna a nord. Signori del mare e dei commerci, costituivano una delle principali potenze del Mediterraneo prima dell’avvento dei romani, contemporaneamente e in relazione con i fenici e i greci. Organizzati già in efficienti città stato e abili nelle opere di idraulica, erano un popolo di uomini religiosi e di raffinati amanti dell’arte, capaci di creare una società “moderna” nella quale le donne partecipavano alla vita pubblica al pari degli uomini, suscitando lo sdegno dei loro contemporanei greci, che li accusavano di scostumatezza.
I Romani, pur riuscendo a conquistare gli Etruschi militarmente, furono i primi ad adottare alcuni aspetti della loro vita sociale, nonché simboli e tradizioni etrusche (la corona d’oro, l’uso dei fasci ecc..), in un processo di assimilazione graduale tramite il quale il popolo vincitore riconosceva l’importanza del popolo vinto.
Un esempio evidente della suddetta posizione di riguardo che le donne occupavano nel mondo etrusco è dato da uno dei reperti più celebri e attraenti dell’intero museo: il Sarcofago degli Sposi, proveniente dagli scavi di Cerveteri.

 

Raffigurati entrambi durante un banchetto, gli sposi hanno lo stesso rilievo e sono colti, con sguardi ed espressioni tipici dei kouroi, nel gesto affettuoso di scambiarsi forse delle uova, usanza tipica dei matrimoni etruschi. Il restauro è così accurato che non fa capire quante decine di pezzi sono stati riassemblati per ottenere di nuovo integra l’opera. La raffigurazione degli sposi al banchetto doveva essere comunque un standard del tempo, poiché se ne conoscono diversi altri esemplari simili, fra cui un sarcofago dipinto ora visibile al Louvre.
Ma l’importanza del ruolo della donna nella società non è l’unico elemento che ha reso celebri e studiati gli etruschi: il mistero della loro scrittura, infatti, è stato da sempre uno dei punti più oscuri e interessanti di questo antico popolo. Ancora adesso la scrittura etrusca non è stata completamente decifrata, ma un passo essenziale nella sua decifrazione, pari a quello che la Stele di Rosetta ha fatto compiere per i geroglifici, è stato fatto grazie alle Lamine di Pyrgi.

 

Se oggi della maggior parte dei testi etruschi si conosce la grammatica, la pronuncia e il lessico è proprio merito di queste lamine d’oro del VI sec a.C.: due di esse riportano infatti testi in lingua etrusca e una in fenicio. Il confronto fra il testo etrusco più lungo e quello fenicio, con un simile contenuto di dedicazione di un tempio, ha permesso di imparare molto sulla sconosciuta lingua dei nostri avi.
Avi che non erano però estranei alle influenze degli altri popoli vicini, come abbiamo accennato, e a civiltà del calibro di quella fenicia/punica e greca. Nella loro veste di navigatori e commercianti (nonché pirati) gli Etruschi ebbero molti contatti con queste realtà e, prima di essere sconfitti, come gli altri d’altronde, dai Romani, ebbero tempo e saggezza per farsene influenzare. Ecco quindi che dalle tombe (che restano oggi il migliore mezzo per conoscere la civiltà etrusca e i suoi sviluppi) emergono capolavori di oreficeria e vasellame del tipo più vario: dalle ceramiche in bucchero, nero sia nell’impasto sia nella superficie, che furono “inventate” in pieno territorio etrusco a fine VII-inizio VI secolo a.C. e lavorate in modo da sembrare di metallo, a opere di chiara provenienza o ispirazione greca. Ispirazione che non si limita alla tecnica di realizzazione o ai colori, ma si estende anche alle tematiche. È affascinante notare come, ad esempio, il racconto del viaggio di Ulisse, nato millenni fa in area greca, sia passato attraverso innumerevoli lingue e immaginari, per arrivare ad affascinare ancora gli studenti di oggi.

 

 

La religiosità estrema di questo popolo impregna ogni sala e ogni manufatto, ricordandoci quanto gli Etruschi mantenessero un rapporto costante con il mondo mitico e divino, che cercavano di indagare per mano degli aruspici, sacerdoti capaci di leggere il fegato degli ovini per trarne indicazioni sul futuro. Numerose parti di templi e delle loro decorazioni si possono trovare percorrendo le varie sale del museo (il cui personale, purtroppo, non si rivela molto gentile) fino ad arrivare all’ultima, dove ci attende l’ennesimo capolavoro. A conclusione del nostro giro fra epoche e mondi compare il celebre Apollo di Veio, divinità assai presente nelle raffigurazioni etrusche al pari dell’eroe Ercole, con cui sta lottando.

 

Realizzato nel V sec. a.C., Apollo e Ercole rimasero solo per un centinaio d’anni sulla sommità del tempio per il quale erano stati costruiti: quando gli Etruschi videro i temibili Romani alle porte, infatti, piamente smontarono e deposero in un’apposita fossa le statue, per sottrarle alla furia dei nemici. Sottoterra esse sono rimaste, quindi, per 2300 anni, fino ad essere riscoperte nel 1916, restaurate e finalmente esposte agli occhi ammirati di tutti.
Una storia tumultuosa la loro che ben si adatta alle peripezie vissute dalla stessa Villa Giulia, casa che appare 
perfetta per ospitarli, finalmente, nella loro pace riconquistata.

 

 

 

Martina Colligiani

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