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L'inviata romana - McCurry a Cinecittà

Prendete gli Studi Cinematografici più famosi e longevi d'Italia, unite alla loro atmosfera magica il fascino ipnotico delle opere di un grande fotografo contemporaneo, e avrete ottenuto la mostra "Steve McCurry. Oltre lo sguardo", ospitata all'interno del Teatro 1 di Cinecittà dal 18 aprile al 20 settembre prossimo.

 

 

I leggendari studi di Cinecittà trasformano sogni in pellicole da ben 75 anni, e in occasione di questo anniversario si concedono un incontro d'eccezione, quello con il fotoreporter statunitense conosciuto soprattutto per la sua collaborazione col National Geographic Magazine: Steve McCurry. Ma cosa lega il mondo del cinema (e di Cinecittà in particolare) alle fotografie di uno degli artisti dello scatto più conosciuti al mondo?

 

E' lo stesso McCurry a raccontare il legame che sente con quella "Fabbrica di Sogni" chiamata Cinecittà: molti dei film che hanno segnato la sua vita, spiega infatti nel video di presentazione dell'evento, sono passati per i suoi set. Intenzionato da giovane a diventare regista, il fotoreporter statunitense non ha mai perso il gusto della composizione e l'amore per l'immagine come veicolo di emozioni e di vissuti; quindi, qualche anno fa, ha colto al volo la possibilità di girare per gli innumerevoli e semi abbandonati spazi della cittadella del Cinema, tentando di imprimere nelle sue fotografie tutto il mistero che ancora portano dentro di loro. Ciò che più l'ha colpito, rivela, e ha generato un vero rapporto di comunanza fra lui e quei luoghi, è stata la zona dei laboratori, dove materiali accatastati alla rinfusa sembrano in fondo ritrovare loro stessi e, oltre alla maestria degli artefici, testimoniano un incontro di epoche e storie potenzialmente infinito. Come quello di un pallone da calcio con il David di Michelangelo.

 

Visitando la sua mostra non si osservano soltanto i magazzini di una Cinecittà magnetica e nostalgica, ma si attraversano emotivamente e geograficamente tutti i campi dell'agire umano e professionale del loro autore: fra i 150 scatti esposti, infatti, oltre a quelli ambientati all'interno di Cinecittà ci sono molti degli scatti più celebri di McCurry insieme a straordinarie opere inedite, che ci fanno muovere fra mondi e tempi diversi, alternando scenari, epoche, emozioni. Così, vicino ai corpi fittizi di statue pseudo-antiche troviamo nudi ben più attuali e vivi, segno del tentativo di McCurry di fermare in ogni immagine un momento prezioso e autentico, lontano dalle vetrine del mondo ma partecipe della vita del popolo da cui è ospitato.

 

Muoversi nella mostra è affascinante anche per merito dell'allestimento, che è stato curato da Biba Giacchetti e Peter Bottazzi ed è capace di far rivivere il legame netto e reale esistente fra il mondo fotografico di McCurry e quello cinematografico di Cinecittà. Le foto, infatti, illuminate in maniere diverse ma sempre ugualmente drammatiche, sono appese a diverse altezze e fissate a ondeggianti e sottili quinte nere che formano una serie di quadrati dagli angoli interrotti. Muoversi nella penombra del Teatro 1, fra di esse, è come nuotare attraverso miriadi di sguardi e di storie, incuriositi da una foto lontana o distratti dalla luce di uno scatto inaspettato. Specialmente se si ha la fortuna di capitare alla mostra in momenti poco affollati, si ha davvero la sensazione intima e piacevole di trovarsi all'interno di un cinema privato: in un silenzio irreale, quasi sacrale, rivestiamo il ruolo di spettatori attivi, liberi di scegliere da quale fotogramma farsi incantare o da quale storia farsi ospitare.

E storie ce ne sono davvero tante, raccolte da McCurry nelle occasioni di conflitto e presso i popoli più martoriati. È stato anche grazie alla potenza espressiva delle sue opere, infatti, che tante situazioni tragiche e lontane sparse sulla Terra hanno colpito il distratto mondo occidentale: dando un volto umano, un preciso sguardo anzi, alle sofferenze altrui, ha fatto in modo che chiunque in ogni angolo del mondo ne venisse interpellato senza poter fuggire.

Il caso più eclatante è senza dubbio quello di Sharbat Gula, la ragazza afgana fotografata da McCurry in un campo profughi vicino a Peshawar, in Pakistan, nel 1984 e diventata la copertina del numero del National Geographic più venduto della storia. La dodicenne dagli occhi di ghiaccio, immortalata per la prima volta nella sua vita, fissa l'obbiettivo con un misto di paura e orgoglio, rivelando una straordinaria potenza espressiva. Tanto che il volto della misteriosa ragazzina è diventato parte dell'iconografia contemporanea, portando alla ribalta le misere condizioni dei profughi afgani dopo l'invasione russa ma, più in generale, diventando emblema di quelle di tutti i perseguitati a causa di conflitti. La sua identità è rimasta sconosciuta fino al 2002, quando un team della National Geographic, capitanata dallo stesso McCurry, è riuscita a ritrovarla, ormai sposata e madre di tre figli, in una remota regione dell'Afghanistan. Il suo volto è stato fortemente segnato dalle vicissitudini della vita, rendendola visibilmente più anziana dei suoi trent'anni, ma lo sguardo è rimasto vibrante e fiero come quello di un tempo.

 

Molte sono le storie che potrebbero essere raccontate, o che i volti e i corpi impressi sulla pellicola da Steve McCurry potrebbero generare spontaneamente in noi.
Dall'abbraccio protettivo e forte delle donne indiane contro una tempesta di sabbia in Rajasthan...

...all'anziano che cerca di salvare la sua macchina da cucire, unico resto della sua bottega, dai terribili monsoni indiani. L'uomo sorride a vedere uno straniero immergersi nei liquami pur di fotografarlo e tanto più a sentire i ragazzini del posto che lo prendono in giro perché viene fotografato e diventerà famoso. Famoso poi lo è diventato davvero, grazie a questa foto, ricavandone una piccola soddisfazione: la ditta produttrice, infatti, gli ha poi regalato un'altra macchina da cucire, nuova splendente, con cui ricominciare l'attività.

 

Si va dalla foto che McCurry stesso indica come il paradigma della povertà, quella di una donna di Mumbai col suo bambino, ferma sotto la pioggia a chiedere uno spicciolo al ricco occidentale al sicuro nel suo comodo taxi...

 

...all'immagine forse più tragica dell'intera esposizione: quella di un bambino nepalese in lacrime che si punta una pistola alla tempia come fosse veramente intenzionato a uccidersi.

Una scena tragica che illumina sulla capacità della fotografia di conservare istanti che, in quanto tali, sono effimeri eppure intensamente veri: il bambino, infatti, racconta McCurry, era vessato dai suoi compagni e puntandosi la pistola giocattolo alla testa, per un momento, ha manifestato quanto tutto il suo mondo fosse crollato e non trovasse più nessuna speranza. Per poi, fortunatamente, conclude, tornare poco dopo a giocare coi suoi compagni, come nulla fosse.

Ma questo è anche il valore della fotografia, come del cinema: quello di dare suggestioni e risvegliare echi interiori che non sempre coincidono con la vera storia, con la realtà dell'evento fotografato, ma danno perciò a chi guarda la libertà e la forza di immaginare e conoscere universi sempre vari e illimitati. Un ultimo, chiarissimo, esempio è quello della foto che ritrae madre e figlio cambogiani mentre dormono su un'amaca sotto la quale striscia un enorme serpente.

L'immagine non può non trasmettere una sensazione di inquietudine, come per un pericolo incombente e inatteso. Come se il serpente incarnasse il Male che si insinua di nascosto e dal quale la madre, in un gesto di protezione inconscio, protegge il figlio neonato. Pur mantenendo intatte queste suggestioni, è divertente invece scoprire come, in realtà, la foto era stata scattata da McCurry sulla casa galleggiante di una famiglia in Cambogia e la famiglia era abituata, per attirare turisti e quindi per vivere, a tenere con sé vari animali esotici. Il serpente era un'attrazione per loro, quindi, quasi una fonte di sostentamento, non un temibile predatore.

Nella mostra di McCurry le storie vere si rifrangono, così, in altrettante storie possibili; i tanti volti fotografati, puliti, sporchi o dipinti, si mescolano a quelli dei visitatori e nello stesso tempo si confermano nella loro dignitosa identità; gli eventi mondiali rivelano sfumature nascoste e coinvolgenti che ci fanno sentire tutti parte di un identico pianeta teso solo alla lotta per la sopravvivenza.

Per tutti questi motivi (e molti altri) speriamo quindi di avervi messo la voglia di visitare questa mostra affascinante che ha in sé la forma della fotografia, l'atmosfera del cinema e il sapore di una sempre diversa (ma sempre uguale) umanità.

 

Per ulteriori informazioni sulla mostra: http://www.mostrastevemccurry.it/

 

Martina Colligiani

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(Tratto da Wikipedia)