Oggetti umani

Come museo può apparire un po’ particolare. Le opere che espone provengono dai banchi dei mercatini, dalle soffitte, dalle cantine, da altri collezionisti e perfino dalla comunità di Emmaus.
Sono oggetti della vita quotidiana e strumenti di lavoro che Ernesto Franchi, vero cacciatore di perle, raccoglie da quaranta anni e presenta ora nel Museo di Casa di Zela, a Caserana, nell’area naturale protetta della Querciola.

 

La raccolta, con oltre cinquemila pezzi, è una delle più importanti dell’Italia centrale.
Oggetti diversi che hanno in comune un rifiuto. A un certo momento, a volte lentamente, hanno smesso di servire e hanno continuato a vivere tra l’affezione e la dimenticanza, finché non sono finiti nel Museo. Arrugginiti, sbreccati, rosi dai tarli, rattoppati, alcuni, talmente distanti dalla nostra esperienza da risultare incomprensibili.

 

Documentano l’inventività di chi di fronte a uno scarto si chiedeva subito come non sprecarlo e riutilizzarlo. Parlano delle vita passata, delle differenze sociali e del cambiamento tumultuoso che ha avuto la nostra società.
Ma il loro valore più autentico è un altro. E’ nelle relazioni che sono ancora in grado di allacciare con le persone. Non c’è visitatore del museo che non riferisca un oggetto alla sua esperienza o non aggiunga una storia che non conoscevamo o, addirittura, lo spieghi nel suo funzionamento.

Tutti hanno l’impronta di chi li ha usati. Anche il martello più semplice e pur seriale ci parla del suo proprietario. A volte è un semplice segno che dà conto di un’abitudine. Ogni attrezzo è stato un prolungamento del corpo. Tutti con un’intenzione estetica.

A partire dalla prossima settimana, con l’aiuto delle foto di Massimo Carradori, ne racconteremo alcuni, cercheremo di indagare le loro biografie e capire perché continuino in qualche modo ad appartenerci. Chi vorrà vederli direttamente e toccarli può venire al museo. Sarà benvenuto.

Claudio Rosati

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