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Francesco Guccini

 

CAP.1

Non un grande auspicio nascere quattro giorni dopo l'entrata in guerra dell'Italia fascista.
Questo però è successo a Francesco Guccini, nato il 14 giugno 1940 a Modena. Pur non essendo un vero pistoiese, il suo è un nome che è strettamente legato ai nostri luoghi: specialmente alla nostra montagna. Proprio dimostrando attenzione a questo aspetto, quindi, vogliamo presentarlo.

I nonni di Guccini erano dell'Appennino pistoiese, come il padre stesso, Ferruccio, impiegato delle Poste e sposato con Ester Prandi, casalinga di Carpi. Eppure fu proprio per lo scoppio della guerra, poiché suo padre fu chiamato sotto le armi, che il piccolo Francesco trascorse la sua infanzia a Pavana, nella casa dei nonni. Come lui stesso ammette, nel libro “Un altro giorno è andato”, quegli anni furono decisivi per lui: rimasi in quel vecchio e bellissimo mulino per i primi cinque anni della mia vita, ricevendo l'imprinting pavanese di cui parlo spesso. Lì imparai a parlare, mangiare, camminare, osservare, ridere, piangere, desiderare.”
Tanto che, trasferitosi di nuovo a Modena dopo la fine della guerra e il ritorno del padre dalla prigionia, riesce a sopportare la monotonia di Modena solo consolandosi col pensiero che sarebbe prima o poi tornato nel mulino di famiglia. L'Appennino tosco-emiliano, e Pavana in particolare, davvero resteranno sempre nel suo cuore, come la prima e vera casa: proprio a Pavana Guccini dedicherà infatti il suo primo romanzo, “Cròniche Epafàniche” (1989), e il tema dell'attaccamento ai luoghi aspri ma vitali dove ha avuto origine la sua famiglia, quelle “greppe dell' Appennino dove risuona fra gli alberi un'usata e semplice tramontana” ricordate in “Vorrei”, ritorna in molti altri suoi bellissimi testi, come in “Amerigo”, dove Pavana diventa “un ricordo lasciato fra i castagni dell'Appennino”. Non tutti sanno che questa magnifica canzone è dedicata al suo prozio Enrico, anche lui di Pavana, partito giovane per un'America sognata, da cui ritornerà deluso e vecchio. La poetica di Guccini è perciò fatta dai paesaggi della montagna pistoiese, dai suoi picchi e dalle sue malinconie, dalle sue allegrie e dalle sue solitudini. Guccini, seguendo questo richiamo, negli anni '70 prenderà praticamente dimora a Pavana, nonostante avesse casa anche a Modena e a Bologna. Ma lì sente risuonare, evidentemente, la sua musica e se stesso. E ancora oggi si può trovare lì, quell'omone grosso e bonario, ad accogliere chi lo va a trovare con un sorriso timido e un buon bicchiere di vino.

Prima di questo, però, c'è stato un lungo percorso da affrontare per l'adolescente Francesco, dal diploma magistrale nel 1958 alla successiva, breve e deludente, esperienza come istitutore in un collegio di Pesaro. Per fortuna nel frattempo Celestino, un falegname di Porretta improvvisatosi liutaio, gli insegna a suonare la chitarra, e questo per il giovane Guccini è importante: è un elemento perfetto, infatti, per attirare le ragazze! Da lì a breve si forma il suo primo complesso: gli “Hurricanes”, poi denominati "Snakers”.
Nel frattempo anche due anni di lavoro massacrante ma ispiratore alla “Gazzetta dell'Emilia”, da cui nasceranno i primi tentativi di canzoni cantautorali; lo lascerà su invito di Alfio Cantarella, che stava cercando un chitarrista cantante per il suo gruppo e vuole lui. Il gruppo che costituiranno si chiamerà “I Gatti” e otterrà in quegli anni numerosi ingaggi e ottime paghe. Mentre Guccini è partito per fare il militare, “I Gatti” si uniscono a un'altra formazione,“I Giovani Leoni” di Maurizio Vandelli.
Da qui, nel 1964, nascerà l'Equipe 84.
Al suo ritorno dalla leva, Guccini rifiuta però di farne di nuovo parte e riprende gli studi universitari, lasciati fino ad allora in secondo piano: iscrittosi a Lingue a Bologna, riuscirà a dare tutti gli esami, ma non presenterà mai la tesi di laurea. Nel frattempo è il 1964 e Guccini ha scritto pezzi come “Auschwitz” e “Noi non ci saremo”: non essendo iscritto alla SIAE, però, i suoi testi vengono depositati dall'Equipe 84. La brutta esperienza induce Guccini a iscriversi e avere finalmente i diritti delle sue opere: “Dio è morto” è la prima canzone registrata a suo nome, nonché l'avvio del suo successo. La canzone censurata dalla Rai ma trasmessa da Radio Vaticana ed encomiata dal Papa, infatti, procura al giovane Francesco un contratto discografico con la Emi. Nel marzo 1967 arriva così il suo primo album da cantautore: “Folk beat n.1”. Anche se non avrà grande successo, sarà l'inizio della grande carriera di un grande artista, emiliano di nascita ma pavanese nel cuore.

 

CAP.2

 

L'album “Folk beat n.1” contiene un brano che Guccini si porterà dietro per sempre, intitolato “In morte di S.F.” e composto in seguito alla tragica scomparsa di un'amica in un incidente stradale. Più celebre col titolo di Canzone per un'amica”, sarà il pezzo dolente e affettuoso con il quale il Maestrone (così chiamato da quando, per breve tempo, insegnò italiano al Dickinson College di Bologna) inizierà i suoi concerti in giro per l'Italia, scegliendolo come brano fisso di apertura. Così come l'altrettanto celebre brano fisso di chiusura di ogni suo concerto sarà “La locomotiva”.
Ma andiamo per gradi.

Se la prima apparizione di Francesco Guccini in televisione si ebbe nel 1967 al programma “Diamoci del tu”, a cui fu invitato dall'amica Caterina Caselli e da Giorgio Gaber per cantare la sua “Auschwitz”, il vero salto di qualità artistica e di popolarità che porta la sua fama ben oltre le osterie di Bologna avviene nel 1972 con l'album “Radici”. Questo album contiene alcune delle sue canzoni più amate, fra cui, appunto, “La locomotiva, composta in mezz'ora e ispirata ad un fatto davvero avvenuto a Bologna nel 1893, quando il macchinista – e anarchico - Pietro Rigosi mandò una locomotiva a schiantarsi contro un'auto in sosta. “Tenetevelo stretto uno come Guccini,” avrà da dire in seguito una voce eminente come quella di Umberto Eco, “perché una ballata di tredici strofe su una locomotiva non c’è nessuno al mondo che possa scriverla!”

Nel frattempo si andava apponendo anche un altro tassello dell'immaginario gucciniano: parliamo della celebre foto con la barba "alla Che Guevara" con cui Guccini tornò dal suo viaggio (deludente) del 1970 negli Stati Uniti, dove era scappato con una ex allieva americana nonché fiamma del momento, prima di riappacificarsi con la fidanzata storica Roberta Baccilieri. Sposerà Roberta nel 1971, e i due si trasferiranno poi in Via Paolo Fabbri 43, a Bologna. Quella foto con la barba costituirà anche un modo comodo per risolvere il problema delle locandine dei suoi concerti, da allora uguali, con la sua foto senza tempo.
Come senza tempo si rivela il suo rapporto con il passato nell'Appennino: ritroviamo infatti una foto dei nonni e dei cugini pavanesi di Guccini, di cui avevamo già parlato, proprio sulla copertina di uno dei suoi album migliori, appunto “Radici”. Scelta che riconferma, se ce ne fosse bisogno, l'attaccamento del cantautore modenese per la terra di Pavana e quindi anche il suo legame indissolubile con Pistoia. La foto del giovane Guccini barbuto farà invece da copertina ad un altro suo celeberrimo album: “Via Paolo Fabbri 43", del 1976. Uscito dopo il meno fortunato “Stanze di vita quotidiana”, grazie al quale Guccini fu liquidato dal critico Riccardo Bertoncelli come “un artista finito, a cui non resta niente da dire”, in esso Guccini dimostrò tutto il suo appassionato talento e il suo pungente sarcasmo dedicando proprio al critico uno dei suoi successi lì contenuti: ovviamente parliamo de “L'avvelenata”, che porterà il critico a una fama non voluta e i due, anni dopo, a conti fatti, a fare pace. Nell'album del 1978, “Amerigo”, troviamo invece la dedica affettuosa e accorata di Guccini a una figura ispiratrice per lui: quella, a cui già accennavamo, del prozio Enrico, originario di Pavana, emigrato con poca fortuna in America e morto nel 1963. Di questa canzone Guccini dice addirittura che “è la più bella, completa, finita, ricca di cose e forse una delle più belle che io abbia mai scritto”; il brano è costruito sulla contrapposizione fra l'America dura e ostile vissuta dal prozio e quella magica di Francesco “sognata a Pàvana dal mulino e da bambino” ma rivelatasi, da adulto, deludente.
Nello stesso anno, il '78, dalla nuova compagna di Guccini, Angela, nasce sua figlia Teresa, a cui il cantautore dedicherà brani come “Culodritto” ed “E un giorno”. Guccini avrà dalle sue unioni un'unica figlia, mentre da Pavana nasceranno moltissimi successi, uno fra tutti: “Autogrill”.
Passano gli anni e i capolavori del Maestrone si sommano senza sosta: dalle numerose canzoni in collaborazione con I Nomadi a “Venezia”, da “Scirocco” a “Cirano”, da “Vorrei” a “Farewell” o a “Incontro”. Capolavori che abituano i fan a continui, nuovi, brani poetici e potenti. Fino ad arrivare agli ultimi album: da “Stagioni” a“Ritratti” al più recente “L'ultima Thule”, del 2012, dopo il quale Guccini annuncia il suo ritiro dal mondo musicale e dei concerti. Non si ritira, però, dalla terra di Pavana e dall'Appennino pistoiese: se tutti gli ultimi album hanno infatti visto qui la luce, poiché ormai il Maestrone vi si è definitivamente trasferito, è sempre in questo luogo che Guccini inizia la sua nuova carriera. Quella letteraria.
Alla fine degli anni '80 Guccini si affaccia infatti al mondo dell'editoria dedicando il suo primo romanzo, “Cròniche Epafàniche”, proprio alla terra pistoiese; scriverà poi “Vacca d'un cane” e nel 1997 debutterà anche nel genere noir a fianco di Loriano Machiavelli con il coinvolgente“Macaronì”, a cui sono seguiti molti altri romanzi. L'amore per Pavana si manifesta anche nel 1998, quando Guccini scrive il suo “Dizionario del dialetto di Pavana” o ancora nel 2006, quando presenta con la Compagnia Teatrale Pavanese l'”Aulularia” di Plauto, da lui tradotta dal latino nel dialetto pavanese.

Il legame di Francesco Guccini con la terra di Pistoia, e di Pavana in particolare, dai tempi dei suoi cinque anni e del vecchio mulino è andato quindi, come ben si capisce, fortemente rafforzandosi. Portando una lontana parentela con queste terre a una vera simbiosi col modo di vivere schivo ma generoso della montagna: tanto che la stessa decisione del Maestrone di concludere la sua carriera è stata influenzata dal modo di vivere di queste greppe appenniniche, poiché, come dice Guccini stesso, col suo solito tono sornione, “è meglio finire in silenzio, tranquilli” come insegna il buon senso di montagna.

E quindi, ancora adesso che Guccini ha festeggiato i suoi bei 75 anni, lo si può trovare lì, tranquillo nella sua Pavana, in mezzo all'affetto di parenti e amici cari. E a quello dei fan, che spesso lo vanno a trovare a casa, e a cui lui non disdegna di aprire sempre la porta e una bottiglia di vino. A meno che, come riferisce a volte sua moglie, non sia andato a fare due passi al fiume.

 

 

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(Tratto da Wikipedia)