Potere e Pathos. Bronzi dal mondo ellenistico

Un azzardo: ecco come potrebbe essere sintetizzata la mostra in corso a Palazzo Strozzi su Potere e Pathos. Bronzi dal mondo ellenistico, visitabile fino al 21 giugno 2015. Ma forse a quell’azzardo bisognerebbe aggiungere un aggettivo, per definire l’esposizione un interessante azzardo

Chiariamoci subito: la mostra merita assolutamente di essere vista, anche se qualche difettuccio ce l’ha. Va vista perché mettere insieme così tanti bronzi antichi in un’unica mostra è davvero notevole; un’occasione imperdibile per amanti dell’archeologia e non, e, a dirla tutta, finalmente a Firenze si vede una grande risonanza data a qualcosa che non sa nemmeno vagamente di Rinascimento. Dicevamo che non tutto è rosa e fiori, però: le didascalie di ogni opera sono talvolta difficilmente leggibili per come sono posizionate e spesso sono mal illuminate, costringendo a continui spostamenti del punto di vista che certo non agevolano la concentrazione.
A parte questo, la mostra è davvero bella: poche opere, ma veramente sostanziali per comprendere il percorso articolato nell’esposizione.
Si parte dalla diffusione del bronzo in Grecia e nel Mediterraneo in epoca ellenistica, un periodo che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) alla fondazione dell’Impero Romano (31 a.C.): capace di resistere maggiormente rispetto ad altri materiali già usati per la scultura, il bronzo viene scelto anche per le possibilità che offre di riprodurre particolari fin nei minimi dettagli. Lo dimostra senza indugio la statua de L’arringatore, normalmente conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ma esposta per l’occasione a Palazzo Strozzi, in cui la resa dei dettagli è davvero notevole. 

Si celebrano poi i ritratti del potere, cui si dedicarono scultori come il celebre Lisippo, per rappresentare non soltanto Alessandro Magno, ma anche i Diàdochi, ovvero i generali che presero il comando dopo la sua morte.
L’eccezionalità dei pezzi esposti sta nel fatto che al giorno d’oggi sono ben pochi i bronzi che possono ancora essere ammirati, dato che nel Medioevo molte sculture vennero fuse per ricavarne metallo da poter riutilizzare. Straordinaria è dunque la Testa di cavallo Medici Riccardi, unica parte rimanente di un grande gruppo scultoreo oggi perduto. Acquistata forse da Cosimo il Vecchio, prende nome dal palazzo della famiglia Medici in cui fu a lungo conservata; grazie al recentissimo restauro se ne può oggi apprezzare l’unicità. 

Si passa poi a uno dei fulcri della mostra, ovvero la dimostrazione della differenza fra l’arte classica e quella ellenistica. Se la scultura classica era soprattutto idealizzazione del personaggio ritratto, il tratto caratteristico di quella ellenistica sta soprattutto nell’abbandono del canone classico per virare verso una rappresentazione più realistica. Nascono così rappresentazioni mosse nello spazio, non più ancorate al chiasmo classico (la contrapposizione fra le membra in riposo e quelle in tensione), ma dal vibrante realismo che caratterizza sia le figure mitiche che storiche, come si vede nella Figura maschile di Atene.

Questa contrapposizione con l’arte classica alla ricerca di realismo ed espressività delle figure prosegue nelle sezioni successive della mostra: l’Ellenismo può dirsi maestro soprattutto nell’aver mostrato, forse per la prima volta, una bellezza carica di imperfezione, di quei tratti fisionomici che vengono da determinati stati emotivi, mostrando nei volti le rughe delle fronti aggrottate. E’ in questo che si esprime il pathos annunciato dal titolo della mostra, ovvero nella rappresentazione realistica della reale esperienza vissuta dal personaggio raffigurato.

Se la scultura ellenistica ebbe così largo successo fu anche, e soprattutto, grazie alla possibilità data dal bronzo di riprodurre più copie di uno stesso soggetto, in quanto la tecnica della fusione permette di preservare il modello di partenza per successive copie. Fu così che determinati soggetti conobbero una larga diffusione, come quello dell’Apoxyomenos, ovvero dell’atleta che si deterge il sudore con lo strigile dopo aver disputato la gara, che venne replicato anche in altri materiali.

Una certa diffusione del bronzo si ebbe anche nella rappresentazione delle divinità, fra le quali spicca la bella Minerva di Arezzo, rappresentante la dea della guerra e della sapienza, che ci è giunta oggi in almeno venticinque copie, testimoni della grande fortuna che tali statue ebbero nell’ambito del culto.

Infine, ultimo tema indagato dalla mostra è quello della ripresa che gli scultori tardo-ellenistici fecero di caratteri del passato, desunti soprattutto dall’arte arcaica e classica. Lo testimoniano i numerosi kuroi, ovvero giovinetti, presenti in mostra, come l’Apollo di Piombino.

Il pregio di questa mostra, dunque, sta nell’aver riunito in un unico luogo un terzo dei grandi bronzi ellenistici che ancora rimangono nel mondo. Dopo la prima tappa fiorentina, l’importante mostra varcherà l’oceano per essere esposta prima a Los Angeles e poi a Washington DC; visitare la mostra adesso, quindi, permetterà di vedere anche gli importanti pezzi delle collezioni fiorentine del Museo Archeologico Nazionale che non saranno più visibili fino a primavera 2016 per il proseguimento della mostra. Un momento da non perdere!

Caterina Bellezza

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