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Passeggiata nell'arte contemporanea cittadina

Camminando per le strade di Pistoia si incontrano, fra le altre, due opere d’arte discussissime, che accendono non soltanto la critica d’arte, ma anche, e soprattutto, l’opinione pubblica cittadina. Si tratta de Il Giro del sole di Roberto Barni in Piazzetta dell’Ortaggio, adiacente alla più conosciuta Piazza della Sala, e de La luna nel pozzo di Gianni Ruffi in Piazza Giovanni XXIII, ovvero davanti all’Ospedale del Ceppo.

Durante gli anni Sessanta del secolo scorso i due artisti, insieme al collega Umberto Buscioni e per un breve periodo anche all’architetto Adolfo Natalini, presero le mosse delle loro ricerche artistiche partendo dalla Pop Art, ma divergendo i loro itinerari in breve tempo. Nonostante queste differenze, sono spesso ricordati come facenti parte della cosiddetta Scuola di Pistoia, termine coniato nel 1966 da Cesare Vivaldi che di questi artisti scrisse sulla rivista Collage.

 

Nel 1996 nella Piazzetta dell’Ortaggio fu collocato il gruppo di Barni, raffigurante tre uomini identici, bendati, che si muovono verso tre opposte direzioni e reggono in mano un lume ad olio. Ai loro piedi un supporto con impressi un sole, una stella, una luna e una nuvola.

 

Bisogna tener presente che le sculture di Barni non rappresentano mai situazioni realistiche, ma pongono davanti agli occhi dell’osservatore una riflessione sulla condizione umana, ragion per cui dobbiamo osservare i tre uomini pensando che siano il simbolo dell’umanità intera.
Essi, partendo da uno stesso punto centrale, si stanno dirigendo verso tre opposte direzioni, senza una vera e propria meta. Tuttavia, essendo bendati e non toccandosi con alcuna parte del corpo, sono inconsapevoli l’uno della presenza dell’altro, soli e silenziosi.

 

Sono vestiti allo stesso modo, in maniera modesta, con una semplice giacchetta dalla superficie molto mossa nella lavorazione e degli anonimi pantaloni. I tre si somigliano fra loro, anzi, si potrebbe quasi dire che siano la stessa identica persona replicata tre volte, a rappresentare meglio un’umanità assolutamente stereotipata; loro, uomini che si confondono nella folla di persone che, di giorno con il mercato e di notte con la vita notturna, affollano la piazzetta.
Reggono in mano un oggetto spesso bistrattato dai pistoiesi, una lampada a olio, all’interno della quale vengono lasciati dagli incivili cittadini, ignari del valore dell’opera, mozziconi di sigarette e carte stracce.

 

Ma questo oggetto, che dovrebbe servire a illuminare il loro cammino, risulta assolutamente inutile, dal momento che, bendati, non possono vedere la luce di quelle fiaccole: è lo stravolgimento del rapporto uomo-oggetto, la rottura del legame di utilità che da sempre connota ciò di cui l’uomo di serve per raggiungere un suo scopo.
Si ha a che fare, allora, con un’umanità sola, inconsapevole della presenza degli altri e della direzione del cammino intrapreso, intrappolata in una dimensione spazio-temporale fuori dal controllo umano.
E’ proprio in riferimento a questo tempo in cui l’uomo si trova imprigionato che Barni pone ai piedi della scultura il giro del Sole, dall’alba al tramonto e alla notte fonda.

 

Se Barni dà una lettura così negativa e sconsolata dell’umanità, tutt’altro si può leggere nella grande, contestatissima Luna nel pozzo di Gianni Ruffi, posta in Piazza Giovanni XXIII nel 1999.

 

Alla maggior parte dei pistoiesi quest’opera non è mai piaciuta, sembrando quasi più un artiglio troppo ardito nel cielo, quasi un pugno in un occhio se paragonato al bel fregio robbiano dell’Ospedale del Ceppo. Ma molti non sanno come è nata l’idea di una Luna nel pozzo nel bel mezzo di una piazza così antica e carica di storia e arte. In realtà, quello di Ruffi sarebbe un omaggio a un vecchio pozzo, poi tolto, realmente esistito nella piazza, posto in posizione assai più vicina alla trafficata via Filippo Pacini. Dovendosi confrontare con l’importante eredità lasciata qui dal fregio robbiano e non volendo distogliere troppo l’attenzione da esso, Ruffi ha preferito spostare il suo pozzo molto più verso l’interno della piazza, rendendolo un omaggio che, attraverso il confronto con ciò che circonda l’opera, possa valorizzare un contesto antico cui spesso passiamo davanti senza far più caso.

 

Il concetto da cui Ruffi parte è quello di un’illusione: ogni bambino sogna di poter afferrare la luna che vede riflessa nel pozzo; poi, crescendo, si accorge che in realtà la luna non è fisicamente presente nell’acqua, ma si tratta solo di un riflesso, un elemento fugace; questa nuova consapevolezza fa nascere nell’adulto un senso di forte delusione e l’immagine della luna nel pozzo verrà a indicare qualsiasi illusione o fallimento che l’uomo sperimenta nella sua vita.
Ruffi, tuttavia, a somiglianza del bambino che con stupore guarda la luna riflessa e vuole toccarla, rende tangibile a ogni uomo l’illusione della presenza fisica della luna nel pozzo, che, resa in dimensioni notevoli, viene incastrata all’interno di un cilindro che ricorda la forma del pozzo.
Per rendere ancor meglio la presenza di tale elemento celeste, Ruffi utilizza un materiale a prima vista poco umano, l’acciaio corten, declinato in due diverse variani, una che dà più sul rosso per la luna e l’altra più giallo-brunastra per il pozzo. Il corten è un materiale molto interessante non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche, e soprattutto, da quello interpretativo, poiché mentre arrugginisce all’esterno, spesso cambiando colore, come è avvenuto in quest’opera, si consolida all’esterno, formando una corazza rigida in grado di proteggere la tenera essenza delle nostre illusioni (per ricollegarsi all’opera di Ruffi).

 

La luna, allora, imprigionata in forme possenti, verrà a rappresentare quella nuova capacità dell’uomo di stupirsi delle cose, proprio come sa fare perfettamente il bambino. E tale stupore non deve riguardare soltanto l’opera in sé, ma anche il contesto, e in questo anche il fregio robbiano dell’Ospedale che lì accanto sembra osservare la luna di Ruffi: si crea, allora, una specie di fratellanza fra le due opere.
Quello che l’artista fa, dunque, è un elogio del sogno e dell’illusione che pervade ogni bambino e che gli adulti devono tornare a provare, affidando all’opera, quindi, un forte messaggio di speranza.

 

Caterina Bellezza

 

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(Tratto da Wikipedia)