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La produzione del ghiaccio sulla Montagna Pistoiese

L’ Itinerario del Ghiaccio dell’Ecomuseo della Montagna Pistoiese permette di comprendere a pieno il fenomeno della produzione di tale materiale, che ha caratterizzato le montagne intorno a Pistoia almeno fino agli anni Trenta del secolo scorso.
Il percorso si articola in tre tappe: la passeggiata lungo il fiume Reno verso la Ghiacciaia della Madonnina a Le Piastre, alla scoperta del funzionamento di una ghiacciaia, la visita al Polo didattico del Ghiaccio di Pracchia, che approfondisce quanto visto a Le Piastre, e l’itinerario fino alle Sorgenti del Reno presso Prunetta.

 

La visita ai tre luoghi permette di comprendere quella che era una delle attività dominanti della zona montana, ovvero la produzione di ghiaccio naturale, che sfruttava l’abbondanza dei corsi d’acqua presenti per far formare, raccogliere e immagazzinare grandi quantità di materiale che poi veniva venduto nelle città del Centro e del Nord Italia.

 

La produzione avveniva attraverso l’uso di strutture interamente costruite con materiali locali facilmente reperibili, quali pietra, legno e paglia, il che contribuiva ad abbassare i costi di lavorazione.
Sul corso del Reno si costruivano delle steccaie, o briglie, specie di piccole dighe che, ostacolando il fiume, innalzavano il livello delle acque, permettendo ad esse di defluire parzialmente attraverso una calla, ovvero uno sbarramento mobile che permetteva di regolare il flusso dell’acqua, all’interno di un piccolo canale, chiamato gora.

 

La gora, caratterizzata da lunghezza e profondità variabili, era generalmente a cielo aperto e convogliava le acque verso il lago, un bacino poco profondo, costruito dapprima in pietra, poi in cemento, dove avveniva la vera e propria produzione del ghiaccio.

 

Infatti, l’acqua qui affluita vi veniva lasciata per alcuni giorni durante i mesi invernali e fatta congelare grazie alla rigidità del clima che da novembre a febbraio, in poche notti, consentiva di congelare una lastra spessa alcune decine di centimetri.
Per permettere di mantenere un costante flusso di acqua sotto lo strato di ghiaccio che si andava formando ed impedire, quindi, che tutta la lastra si attaccasse ai bordi del lago,  sul fondo del bacino si trovava un condotto di uscita delle acque, che funzionava da scolo.

 

Una volta ottenuta una lastra grande quanto il lago, questa veniva spezzata in pezzi più piccoli grazie all’uso di diversi utensili: con la palamina, una piccola vanghetta, si incideva il ghiaccio; poi, con un’ accetta da ghiaccio si incideva la lastra in profondità fino a spezzarla in blocchi. Una volta divisa la superficie in pezzi più maneggevoli, alcuni lavoratori salivano sulla lastra e, a mo’ di barca, si spingevano fino ai piedi della ghiacciaia usando un raffio, un arpione con due uncini posti in opposte direzioni, che serviva sia per spingere la lastra che per tirarla. Altri, coraggiosi, uomini, invece, entravano direttamente nell’acqua gelida del lago e aiutavano il movimento delle lastre verso l’ingresso della ghiacciaia.
Una volta in prossimità dell’accesso, la lastra di ghiaccio veniva tirata verso la bocca della ghiacciaia grazie a uno scivolo di legno e a un rampino, un uncino che serviva per agganciare i blocchi e tirarli dentro l’edificio.

 

Il ghiaccio, spezzato in lastre di dimensioni sempre più piccole, veniva accomodato all’interno della ghiacciaia, un edificio seminterrato in pietra, che consentiva di conservare il ghiaccio in un ambiente fresco e asciutto.
La ghiacciaia tronco-conica classica, visibile a Le Piastre e denominata La Madonnina, aveva un diametro di circa 10/12 metri e tetto in paglia, sorretto struttura lignea; questa tipologia di edificio fu costruita particolarmente nei dintorni del paese e nella parte iniziale della valle.

 

Per disporre il ghiaccio si cominciava dal basso, salendo via via; per questo, nelle ghiacciaie si trovano sempre tre ingressi, posti ad altezze differenti del terreno: una volta finito di riempire il livello più  basso utilizzando la porta posta a livello del lago, ci si serviva dell’apertura mediana e così via fino a riempire l’edificio.

 

La miglior conservazione del ghiaccio avveniva grazie all’interposizione, fra le varie lastre, di alcuni strati di foglie, raccolte nei boschi circostanti con delle particolari ceste da foglie di forma cilindrica che le donne del paese si caricavano sulla testa per trasportarle fino alla ghiacciaia.

 

Durante i mesi estivi il ghiaccio veniva caricato sui carri e venduto a negozianti e ristoratori pistoiesi e fiorentini. Il carico veniva eseguito per mezzo di ceste da ghiaccio che le donne, nuovamente, sorreggevano sulla testa, trasportando il materiale dalla ghiacciaia fino al carro, posto generalmente sotto una tettoia di legno che riparava il ghiaccio dal sole. Inoltre, sempre per la stessa funzione, una volta caricato il carro, si usavano dei teli bagnati nella fresca acqua del fiume per ricoprire la superficie del ghiaccio e mantenerlo più fresco. Così, lo si poteva trasportare fino a Pistoia e Firenze, dove era immagazzinato in piccole ghiacciaie e utilizzato per conservare cibi.
Con la costruzione della linea ferroviaria della Porrettana, nel 1864, si cominciò a variare numerosi aspetti della produzione: la facilità e velocità di trasporto del materiale, che adesso consentiva la distribuzione anche nel Nord Italia, nelle Marche e nel Lazio, incentivò la produzione, il che richiese la costruzione di ghiacciaie più grandi, di forma rettangolare, che erano presenti sul territorio dal ponte di Bionzana fino a Pracchia. Esistevano, poi, ghiacciaie esterne, ovvero buche scavate nella terra a diverse profondità, prive di copertura, dove il ghiaccio veniva conservato, coperto da uno spesso strato di foglie, in caso di mancanza di spazio nella ghiacciaia principale.

 

Il consumo di ghiaccio naturale fu, in un primo momento, incentivato con la pubblicazione di manifesti e cartoline, di cui, ancor oggi, si conservano alcuni esempi a opera della famosa ditta di Giannino Giannini, presso il Polo del Ghiaccio a Pracchia.

 

Successivamente, almeno a partire dalla fine dell’Ottocento, si diffusero ampiamente macchinari in grado di produrre artificialmente il ghiaccio, di cui l’opinione pubblica e le industrie stesse si affrettarono a sottolineare l’igiene; anche nella Valle del Reno la produzione di ghiaccio artificiale soppiantò presto quella di ghiaccio naturale: lo stesso Giannino Giannini, il più famoso imprenditore dell’epoca, cambiò la sua produzione di ghiaccio e creò l’industria più famosa della vallata, che dava lavoro a moltissime persone. Già dai primissimi anni del secolo successivo, ahimè, la produzione di ghiaccio nella Vallata del Reno entrò in crisi e l’avvento dei frigoriferi determinò la totale cessazione della produzione italiana di ghiaccio.
Quella che era stata fino a pochi anni prima l’attività prevalente e maggiormente redditizia della zona andò sparendo, contribuendo a obbligare i lavoratori a spopolare la vallata per trasferirsi in città in cerca di lavoro.
Di questo glorioso passato oggi rimane solo l’Itinerario del Ghiaccio dell’Ecomuseo e una manciata di belle cartoline e fotografie scattate nella ditta Giannini, ora conservate presso l’Archivio di Stato di Pistoia.

 

Caterina Bellezza

 

per approfondimenti si veda:

 

http://www.provincia.pistoia.it/ecomuseo/ITINERARI/ItinerarioGhiaccio_07.pdf

 

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(Tratto da Wikipedia)