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"Il percorso dell'amicizia" dell'Abetone: arte dalla, nella e per la natura

La Montagna pistoiese si è animata quest’estate di un’importante evento artistico che diventerà un appuntamento biennale per gli amanti dell’arte, “Il percorso dell’amicizia. Arte nella natura” dell’Abetone, in cui sei artisti pistoiesi si sono confrontati su uno dei legami più cari all’uomo.


Una costante comune del progetto è stata quella di lavorare con materiali naturali: il presupposto da cui le curatrici (Clarissa Tonarelli, Manuela Tonarelli ed Enrica Zanni), sono partite è quello che spesso le opere d’arte contemporanea sono soggette a usura dei materiali, il che comporta gravi problemi di restauro, portando le opere d’arte ambientale a essere non più armonicamente integrate con l’ambiente che le circonda e per il quale erano state pensate. Per ovviare a ciò, agli artisti è stato chiesto di lavorare con materiali naturali, di modo che, con il passare del tempo, essi possano tornare a reintegrarsi armonicamente con la natura stessa. Le sei opere realizzate sono state quindi disposte lungo il viale Regina Margherita, uno dei sentieri più belli della Riserva Naturale Biogenetica dell’Abetone, in località Boscolungo.

La prima delle opere del percorso presenta cinque tronchi dalla forma vagamente affusolata e di legni diversi, cui sono attaccati alcuni grandi massi.

 

Il titolo, Viandanti, e il commento dell’artista ne chiariscono il significato: i cinque tronchi rappresentano l’umanità in cammino alla ricerca di soluzioni ai problemi dell’esistenza. Non è dunque un viaggio fisico − o almeno, a volte lo è anche − ma è soprattutto un viaggio mentale, carico di responsabilità etiche, che spesso possono diventare macigni. Ma è l’artista stesso a definirne il ruolo positivo, specie se volte a scopo umanitario, auspicando, allora, che ognuno di noi possa diventare in tal senso un viandante.

La seconda opera è un intreccio di rami che formano una mandorla, sorretta, a sua volta, da altri rami.

L’artista dichiara di aver usato i rami perché l’albero, in sé per sé, è «l’elemento più vicino all’iconografia di Dio». Questa Dea Madre vuole essere espressione del maschile e del femminile: un cerchio che ricorda il maschio, l’utero che richiama la femmina, uniti da un ponte di sostegno che vuole essere l’incontro dei due e la relativa necessità di amarsi.

La terza opera presenta tre pannelli di legno, due a fondo blu, mentre quello centrale in rosso, dove sono rappresentate figure antropomorfe.

 

L’opera è un dono che l’artista stesso vuole fare a Pan, dio della Natura, come ammenda per tutti i torti subiti nel corso dei secoli da parte di chi, fra eremiti e asceti, inneggiava alla preghiera per sfrattare il dio dai boschi. Le tre figure devono ricordare al viandante gli spiriti del bosco: al centro, una Driade si sta trasformando in albero; a sinistra, un fauno le sta porgendo una capra, ovvero metà del suo essere, mentre, a destra, una satiressa le offre un coniglio, simbolo del piacere della solitudine e della fuga dalla noia.

Segue la quarta opera, una panchina lignea su cui ci si può sedere, corredata da figure di donne che recano in mano un dono.

 

La panchina offre a chi cammina nel bosco un momento di sosta e di meditazione, che viene accompagnato dalle offerte della montagna portate dalle Muse: le Naiadi, muse delle sorgenti, le Pegee delle fonti, le Driadi degli alberi, le Oreadi delle montagne e Aretusa, ninfa dei boschi.

La quinta opera è forse fra le meno comprensibili, almeno senza una spiegazione da parte dell’artista, ma è sicuramente carica di molteplici significati anche elevati. Si tratta di un totem bicolore, rosso e nero, che si erge sopra una collinetta naturale, sostenuto da corde.

 

Come si può notare, le corde sono fissate a terra segnando i quattro punti cardinali e creando due assi: quello nord-sud, contraddistinto da pietre, mentre quello est-ovest da legni del bosco. Al centro, alcune tavole in legno creano una forma ascensionale con un cerchio ritagliato nella parte più alta. I due colori fondamentali, il rosso e il nero, rimandano a due dei principali stadi del processo alchemico: la nigredo, in cui la materia − in questo caso il legno − si dissolve − per l’azione del fuoco −, e la rubedo, in cui essa si ricompone, filtrata dall’intervento dell’uomo, in questo caso lo scultore. L’opera è dunque un luogo nel luogo, il bosco di faggi; con la sua forma ascensionale dovrebbe invogliare il viandante ad alzare lo sguardo fino al cerchio vuoto che rimanda a una dimensione altra.

La sesta e ultima opera di questo percorso consta di un quadrato fatto di pali di legno piantati nel terreno, a quali, secondo precise disposizioni geometriche, sono ancorati quattro cubi sonori.

L’opera gioca sul concetto di esterno e interno: la forma quadrangolare di questo Quadrifoglio e i due assi che lo percorrono in senso longitudinale e trasversale ricordano lo spazio di un’antica città romana, all’interno del quale si può entrare per far risuonare i cubi, di cui si ascolta il suono proveniente dall’interno, immerso nei suoni esterni del bosco.

Ci auguriamo, dunque, che il Percorso dell’amicizia possa diventare davvero un appuntamento biennale con quella parte dell’arte che rispetta in pieno la natura, che è fatta da essa, esiste in essa e che per essa trova il suo fine ultimo, conducendo l’uomo a riscoprire l’antichissimo rapporto − di amicizia, appunto − che da sempre lo lega alla natura.

 

Caterina Bellezza

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(Tratto da Wikipedia)