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La Tenuta di San Rossore

Visitare la Tenuta di San Rossore, situata all’interno del Parco regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli, significa percorrere una viaggio nella storia, nella natura e nell’arte.


 

La zona del parco toscano, direttamente affacciata a ponente sul mar Tirreno, si estende fra l’Arno e il Serchio, a ovest di Pisa, avendo verso di essa il suo ingresso principale.
La presenza umana in quest’area risale all’era Neolitica (5500 anni fa), quando l’uomo qui risiedeva per brevi periodi; poi, fra VI, VII ed VIII secolo la zona costituì un rifugio di persone in fuga dalle città per via delle guerre che sconvolsero le pianure pisane. Verso l’anno 1000 si ebbe la nascita dei primi monasteri di Santa Maddalena e di San Bartolo, nonché quello più importante di San Luxorio, che dette nome al parco. Quest’ultimo fu dedicato a San Lussorio, che per la sua intensa fede cristiana venne martirizzato in Sardegna all’epoca delle persecuzioni messe in atto da Diocleziano; in seguito, nel 1080 le sue spoglie vennero portate in Toscana, conservate in una chiesa già esistente sulla riva destra dell’Arno, proprio all’interno di quella che sarebbe divenuta la Tenuta di San Rossore. La chiesa prese il nome del santo e ne conservò le spoglie fino al 1591, quando furono traslate nella chiesa dei Cavalieri di Pisa, dove si trovano tutt’oggi.


Verso il 1000 il bosco di San Rossore divenne una preziosissima fonte di legname sia per costruire i palazzi pisani, sia per potenziare la flotta della Repubblica marinara.
Fra XV e XVI secolo il Capitolo della Cattedrale di Pisa, che gestiva San Luxorio e, quindi, anche la zona boschiva circostante, concesse in affitto molte case del parco a contadini, dando una precisa conformazione agricola al territorio.
Un fatto curioso avvenne nel 1622: sappiamo che furono importati a San Rossore dei dromedari, che si adattarono al clima della zona talmente bene che alla metà dell’Ottocento se ne contavano circa trecento esemplari, oggi del tutto scomparsi.
Più tardi, durante l’occupazione delle armate francesi della fine del Settecento, fu stilato un inventario del patrimonio animale del parco, che comprendeva molte specie rare.
Nel 1822 la gestione del parco passò dal Capitolo dei Canonici di Pisa ai Lorena, che per i propri comodi vi fecero costruire una bella villa, oggi distrutta dai tedeschi in ritirata durante la Seconda Guerra Mondiale. All’esilio dei Lorena, nel 1848, in seguito ai moti insurrezionali che scossero l’Italia, i Savoia si avvicendarono nella gestione del territorio; essi chiusero la tenuta ai Pisani, impedendo loro di usufruirne per svago e facendo diventare il parco esclusivamente a uso privato. Alla caduta della monarchia la gestione passò allo Stato che nel 1922 decise la creazione del Parco Nazionale di San Rossore.
In anni recenti, infine, la tenuta è passata dalla gestione della Presidenza della Repubblica a quella della Regione Toscana, che ne permette l’apertura al pubblico.
Il parco è, ancor oggi, rifugio di specie animali e vegetali rarissime e determina, grazie alla consistente presenza arborea, le condizioni climatiche della città di Pisa.
Una visita sfruttando le molteplici possibilità offerte, dalle passeggiate a piedi o a cavallo fino a quelle in bicicletta o in carrozza, vale sicuramente la pena.


L’accesso al parco avviene al termine del viale alberato delle Cascine, che arriva da Pisa (al numero 1 della pianta qui sopra proposta), attraverso il Ponte alle Trombe (3), così chiamato perché da lì venivano radunati con squilli di tromba i cacciatori al passaggio delle carrozze dei nobili provenienti da Pisa. Oltrepassato il ponte, si arriva alle Cascine Vecchie (4), il cui assetto attuale è frutto di alcune trasformazioni del preesistente insediamento del XVII secolo. Vi sorgeva la residenza del Fattore (1830) e altri edifici realizzati nel periodo sabaudo.


Dalle Cascine Vecchie si dipartono, lungo le direttrici dei punti cardinali, quattro viali alberati, dei quali quello a est congiunge il parco con Pisa.
Quello a Nord costeggia l’ippodromo (5) e, superando il ponte sopra al Fiume Morto, conduce alla Sterpaia (7), dove si trovavano le stalle dei cavalli allevati nel parco, fatte costruire nel 1862.


Proseguendo a nord della Sterpaia, si incontra, sul limitar della tenuta, il piccolo villaggio di Casa al Marmo (11), dove, si dice, anticamente venissero scaricati i blocchi di marmo apuano usati per la costruzione dei palazzi di Pisa, trasportati via mare e poi fatti risalire lungo il corso del Serchio fino al nucleo abitativo, da dove venivano poi trasportati via terra in città.
Tornando alla Sterpaia e proseguendo in direzione nord-ovest, si incontra la località Torre Riccardi (14), così chiamata dal nome della famiglia che ottenne l’uso dell’area e che ne cominciò la costruzione nel 1604. Di essa non rimane traccia, poiché distrutta dai tedeschi durante l’ultimo conflitto armato.


A nord-est della torre si trova il Forte di Bocca del Serchio (15), usato all’inizio del Novecento per il controllo doganale della costa pisana, poiché molto vicino alla foce del Serchio (16). Essa si contraddistingue per la lingua di sabbia formata dalle correnti del mare: durante le piene invernali le acque del Serchio sfociano con tale veemenza da “tagliare” tale striscia, che si va via via riformandosi con l’aumentare della bella stagione e il conseguente diminuire della forza del fiume.
Scendendo verso sud si incontra il fiume Morto Vecchio (17), un piccolo corso d’acqua oggi frequentemente secco per la deviazione delle sue acque. Il vecchio letto del fiume si è trasformato in una zona umida, dove il bosco cresciuto sulle sponde crea una sorta di galleria vegetale. Più a sud, si trova il rettilineo fiume Morto Nuovo (18), dove fra le due guerre sono state deviate le acque del vecchio corso in seguito alle opere di bonifica; il nome “Morto” deriva dal fatto che non ha un’alimentazione acquifera continua, ma dipende dal naturale scolo delle acque dalle colline circostanti durante le stagioni.


Il secondo viale che si diparte dalle Cascine Vecchie in direzione ovest conduce al tratto di costa denominato Gombo (19), ove si trova la palazzina che, a partire dal 1869, ha ospitato i Presidenti della Repubblica durante i soggiorni nel parco. Il curioso toponimo del luogo sembra derivi dal cognome di un pescatore che nel Seicento abitava questa zona, famosa per la sua bellezza, tant’è che nell’Ottocento vi venne costruito un rinomato stabilimento balneare. A metà strada fra il Gombo e le Cascine Vecchie sorge la Pineta (20), in cui la presenza dei pini rendeva usuale la lavorazione dei pinoli, o pinocchi, tolti dalle pine messe ad essiccare al sole.

Il quarto viale che parte dalle Cascine Vecchie, detto Viale dei Pini o degli Escoli (21), porta, a sud, alle Cascine Nuove (24), che si trovano in prossimità della riva destra dell’Arno. I fabbricati che le compongono risalgono tutti al periodo reale, tranne per quanto riguarda l’antico monastero di San Lussorio, sorto nel 1084.
Infine, conclude il parco, a sud, la foce dell’Arno (28).


Il parco racchiude al suo interno una grande varietà di ambienti naturali, come dune, arenili, foreste, caratteristici della macchia mediterranea, ai quali sono accostate aree coltivate. La presenza dell’acqua sia in zone paludose, che in fiumi e stagni caratterizza la Tenuta e determina una grande diversità di specie animali e vegetali. Fra i primi si annoverano molte specie di uccelli, come l’airone rosso, il germano reale, o il falco di palude, oltre a molti daini e cinghiali – per i quali il parco costituisce una zona di ripopolamento – , nonché volpi, istrici, ghiri, tassi e scoiattoli. La flora ospitata nel parco, invece, presenta alcune rarità, quali la drosera (una piccola pianta carnivora), la periploca greca (una rara liana), l’orchidea palustre, l’ibisco rosa e la felce florida.
Ancor oggi il parco è famoso sia per le attività legate al territorio, quali la coltivazione di prodotti agroalimentari e la raccolta del già citato pinolo, sia per l’allevamento bovino e caprino, nonché dei cavalli, usati per molte attività sportive, specie presso l’Ippodromo del parco.
Senza ombra di dubbio, dunque, San Rossore merita una visita alla riscoperta non soltanto di una vegetazione ricca e variegata, ma anche di paesaggi mozzafiato e di tutte quelle attività legate alla terra e al suo uso la cui memoria si va, via via, perdendo.

Caterina Bellezza

per approfondimenti si veda:

http://www.parcosanrossore.org/

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(Tratto da Wikipedia)