Una città, mille storie. Assaggi di toponomastica pistoiese – seconda parte

Abbiamo già parlato in un precedente articolo della toponomastica pistoiese, ma certamente l’argomento non era concluso, dato l’alto numero di vie dal nome bizzarro presenti in città. Vale quindi la pena riprendere in mano l’argomento, per giungere ad una conoscenza esaustiva di questo argomento molto curioso.

 

 Via de’ Fabbri a Pistoia (Fonte: Clara Begliomini)

Continuando la nostra passeggiata per il centro cittadino interrotto la volta scorsa, è facile imbattersi in via delle Belle: il nome certo sembra essere di buone speranze, ma difficile pensare che questo nome è stato attribuito alla via nell’Ottocento, quando qui alloggiavano donne di facili costumi promettenti piacevoli incontri e amori fugaci.

In pieno centro storico poi troviamo via del Presto, che collega piazza dello Spirito Santo a Via XXVII Aprile. Il nome è dovuto al fatto che in passato qui si trovavano alcuni locali del Monte di Pietà, istituzione fondata nel 1473 con lo scopo di combattere l’usura e provvedere ai bisogni delle persone povere, alle quali concedeva prestiti dietro la consegna di un oggetto in pegno.

Sempre nel cuore della città – tra via Verdi e via Puccinelli è situato il Canto alla Pillotta; movimentata la vicenda di questo angolo, che fin dall’inizio del Cinquecento veniva chiamato canto di Madonna Bionda riferendosi palesemente a tutt’altro genere di “intrattenimento”. Il nome attuale – Canto alla Pillotta – venne attribuito alla via in tempo di guerra facendo riferimento alla pillotta, ovvero una palla di cuoio legata con dello spago con la quale i ragazzi del tempo erano soliti giocare negli spazi liberi del centro. Questa zona infatti, compresa tra via Curtatone e Montanara e Via del Casone, dobbiamo immagine che in origine fosse molto spaziosa poichè non esistevano le case che adesso vediamo su via Verdi e via Puccinelli.

Dalla vicina via Curtatone e Montanara di dipana in direzione di piazza dello Spirito Santo una ripida scalinata che prende il nome di vicolo degli Armonici; questo nome ricorda la gloriosa Accademia degli Armonici che venne fondata in città alla fine del Settecento. Si trattava di un’accademia di musica, fiore all’occhiello della cultura pistoiese, che aveva sede in un grande edificio affacciato proprio sul lato sinistro di questo vicolo, che durante i secoli ha assolto alle più svariate funzioni e oggi purtroppo dismesso.

Facendo due passi, si raggiunge facilmente via dell’Anguillara, che collega il centralissimo corso Gramsci con l’altrettanto centrale via Cino. Secondo la tradizione il suo nome deriverebbe dalla presenza in passato di una pescheria che vendeva anche anguille. In realtà peró – secondo l’interpretazione più accreditata e meno banale – questa zona, fino ad Ottocento inoltrato, era una zona rurale e si crede quindi che la strada non fosse altro che un anguillare ovvero un viottolo costeggiato su entrambi i lati da filari di viti.

Continuando a girovagare per le vie limitrofe al cuore pulsante della città, si incontra poi via del Gelso, che unisce via Cavour a via Amati. A nostro avviso uno degli angoli più belli della città, il nome ricorda la presenza in passato su questa via di botteghe dedite all’attività serica. Nel Seicento infatti esistevano in città diverse aziende che si occupavano di questa produzione: lavoravano i tessuti e allevavano bachi da seta, che venivano nutriti con foglie di gelso. Pianta quest’ultima presente in abbondanza nella campagna vicina alla città.

 

 Via del Gelso (Fonte: Clara Begliomini)

Più immersa nel centro storico si trova la caratteristica via della Torre, una delle più antiche di Pistoia. Il toponimo si riferisce alla presenza di due torri nella parte finale della via, che sbocca su via Filippo Pacini. La cosa più bella da notare in questo vicolo sono gli archi ancora integri che la caratterizzano; una particolarità che la rende una delle vie più “fotogeniche” di Pistoia.

Andando verso piazza San Domenico capita di percorrere via del T: situata sul retro dell’ex Convento di Sant’Antonio Abate (dove oggi si trova il Museo Marino Marini) e l’annessa chiesa del Tau. Il complesso apparteneva all’Ordine dei Canonici Regolari, i quali portavano disegnata sul mantello una stampella a forma di T, simbolo del loro mandato, rivolto alla carità e al soccorso del prossimo.

Su via del  Can Bianco si trova poi il vicolo del Malconsiglio, toponimo legato alle sanguinose vicende che nel Trecento videro coinvolte le famiglie rivali dei Panciatichi (ghibellini, favorevoli all’impero) e dei Cancellieri neri (guelfi, ovvero che appoggiavano il papa; a loro volta divisi in due fazioni, quella nera e quella bianca). L’abitudine reciproca dei componenti di queste famiglie di aizzare la popolazione contro la famiglia avversaria non fu sempre una buona idea, e questo toponimo ce lo ricorda, visto che i Cancellieri ne pagarono le spese. Le sollevazioni popolari dei cittadini, portati all’esasperazione dalle condizioni di disagio in cui vivevano a causa di queste “guerre civili” tra fazioni, divennero a un certo punto ingestibili e – in seguito agli ennesimi “consigli” che i Cancellieri si sentirono di dare ai cittadini – vennero distrutte le loro case, tra le quali anche  Castel Damiata ( abitazione fortificata della famiglia, che allora si trovava tra via Palestro e via San Pietro). La famiglia fu quindi costretta a fuggire, appurando che il modo in cui avevano messo in pratica la loro voglia di vendetta e rivalsa alla lunga si riveló essere davvero un “malconsiglio”.

Proprio vicino alla zona dove in origine sorgeva il castello della famiglia Cancellieri (per intendersi, vicino all’attuale Liceo Artistico), incontriamo poi via Nemoreto. Un nome molto curioso, in realtá storpiatura etimologica della parola Memoreto – o memoretum in latino – che significa cimitero. Lì in zona infatti si trovava l’ospedale di Memoreto, fondato nell’XI secolo dai Conti Guidi e donato circa un secolo dopo ai monaci benedettini. Annessa all’ospedale era la chiesa di San Giovanni Battista al Tempio, in cui si trovava una cappella che venne costruita nel Seicento appositamente per proteggere un affresco trecentesco raffigurante una Madonna con Bambino, altresì detta Madonna del rastrello. Secondo le credenze popolari la Madonna nel 1534 mosse miracolosamente gli occhi, e da allora divenne un’immagine oggetto di adorazione e di culto. La cappella, ancora oggi esistente ma chiusa alla visita, divide in due parti la via Nemoreto.

Questa e tante altre storie si nascondono dietro ai nomi delle vie pistoiesi. Pensiamo quindi che approfondire l’argomento della toponomastica locale sia un buon modo, anche divertente se vogliamo, per far conoscere ai cittadini e ai turisti la “vita”, le origini di Pistoia, e gli aneddoti ad essa legati.

Clara Begliomini

 

 

 

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